Il mondo creato nell’escatologia definitiva secondo le variegate posizioni patristiche

 IL MONDO INFRAUMANO NELL’ESCATOLOGIA

Esiste una possibilità che i nostri amici animali si troveranno in Paradiso?

Meraviglioso disegno di Dio viene l’infranto con il peccato originale dell’uomo e felicità quindi l’armonica unione paradisiaca viene terminata. Il peccato dell’umano porta lo sconvolgimento totale per tutto l’universo compreso il mondo extraumano. L’uomo pretese di conoscere il tutto da solo volendo diventare come Dio, che pur scendeva ogni sera nel giardino: “Udirono la presenza del Signore che passeggiava per il giardino alla bellezza del giorno” (Gen 3, 8). Con il suo orgoglio l’uomo pensò di sostituirsi a Dio (Gen 3, 6-24) e con ciò trascino dietro di sé anche i suoi fratelli minori, cioè gli animali, che cosi diventarono selvatici, differenti e dispettosi, in lotta talora violenta per la sopravvivenza, costretti a difendersi anche dall’uomo che nei loro confronti non sempre mostrava di avere tanta pietà, neanche ad ucciderli per necessità o per gioco. Anche a questo punto la “promessa” di Dio non mancò: “io porro inimicizia fra te e la donna, fra la tua discendenza e la sua: essa ti schiaccerà il capo” (Gen 3, 15). Ma Dio, nonostante tutto e il conseguente diluvio (Gen 7, 1ss), continuò ad amare sia l’uomo sia gli animali. Con l’alleanza stipulata con Noè (Gen 6, 18: “Io stabilirò con te la mia alleanza”) Egli ordinò che si salvassero tutte le specie di animali (i pesci erano già salvi nell’acqua!) e solo pochi uomini (i famigliari di Noè), come a dire che i “fratelli minori” Gli stavano molto a cuore (Gen 6, 18-21).

Sempre in Genesi (9, 9-10) tale alleanza è estesa anche ali animali: “Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con vostri discendenti… con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca” (9, 13-14). Sarebbe possibile pensare che un Dio – Padre buono, misericordioso e provvidente vorrebbe nel futuro escatologico[1] alla fine del tempo e del mondo il Paradiso senza gli animali?

Non possiamo dimenticarsi che attorno al tema dell’unità fra l’Antico e il Nuovo Testamento, peraltro ribadita nel Concilio Vaticano II[2], si è sviluppato e continua tutt’oggi un ampio dibattito fra gli esegeti.

Vorrei fermarmi sulle tre interpretazioni:

  1. Nella Sacra Scrittura dal Genesi alla lettera ai Romani 8.
  2. Nella teologia dei Pardi della Chiesa.
  3. Nella teologia contemporanea e nel Magistero dei Papi.

Nella Sacra Scrittura dal Genesi fino alla lettera ai Romani 8.

A partire da Origene[3], filosofo e teologo del II sec., e da Agostino[4], che, contro lo gnosticismo, sostenevano la contemporaneità di una lettura sensibile (storica) e spirituale (metaforica) della Bibbia, nel tempo la disputa per una rivisitazione a più livelli del testo sacro (generi letterari) si è approfondita con la proposta di diversi modelli di lettura[5] concordi sulla necessità di contestualizzare meglio la Sacra Scrittura e soprattutto si ritrovano sull’affermazione della centralità della persona di Cristo, che è stato sì compimento del Antica Alleanza, ma anche e soprattutto inizio della Nuova fondata sul costante disvelamento dell’Amore di Dio: l’Antica Alleanza, dunque, va riletta alla luce della Nuova per essere ben compresa nella sua globalità, come una tela che, solo se distesa, può meglio evidenziare la policromia delle sue forme. Questo svolgimento progressivo della “Lettera di Dio” va rimarcare e a precisare il concetto di una redenzione sulla linea della spiritualità con potenziali effetti benefici anche sul piano della storia e della sua pienezza.

La Parola di Dio, inoltre incarnata nell’uomo che riceve su Sua ispirazione (Autore sacro), è comunque sempre filtrata attraverso la cultura e il linguaggio dello stesso. Non a caso il CV II invita a tenere nel debito conto le componenti letterarie usate dall’agiografo, come elementi chiave per una corretta interpretazione del testo sacro[6]. Lo sforzo, dunque, per elaborare una esegesi pienamente “oggettiva” sembra essere ancora lontano dall’aver trovato una risposta soddisfacente alla “questione Bibbia”: alla fine giustamente Tertuliano nella sua “regula fidei”[7] pone a base il criterio (formale e giuridico) discriminazione della “fede nel Dio Incarnato della Salvezza”. L’ispirazione divina, allora, è fatta salva, se viene intesa come rivelazione crescente della “tensione escatologica” propria di tutta l’economia salvifica[8].

In questa l’economia salvifica della Sacra Scrittura vorrei presentare la rilettura del messaggio biblico circa gli animali, però con vigilanza e mosso da acribia. Le Scritture contengono grandi messaggi, parole di Dio rivolte all’uomo, ma in esse vi è anche la presenza di atteggiamenti umani non sempre adeguati verso le creature, al messaggio.

Nel più recente racconto della creazione quello sacerdotale (Gen. 1), la co-creaturalità è affermata, diviene un inno dossologico al Creatore. L’opera di Dio è un no al caos, al nulla, al tohu wabohu., alla tenebra, choshekh, e il soffio di Dio plasma, quasi “cova” le creature volute da Dio[9]

La parola potente di Dio diventa evento, e le acque “fanno uscire”, la terra “fa uscire” (cf Gen 1,11.20.24) generando la vita: vegetali e animali secondo la loro specie, le loro particolarità. Quale grande solidarietà: acqua e terra sono, in virtù della parola di Dio, matrici di tutti gli esseri viventi tra i quali Dio infine vuole l’uomo, creato da lui a sua immagine e somiglianza (cf. Gen I,26-27)![10]

All’uomo, come agli animali Dio dà la benedizione e lo stesso comando: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra!” (vv. 22 e 28). Ogni creatura è buona, recita l’inno creazionale di Gen 1, ed è solidarmente che tutte le creature animate sono benedette e ricevono in dono la terra: non l’una senza l’a1tra, non l’uomo senza l’animale![11]

Nell’universo l’uomo è posto col ruolo di immagine di Dio al posto del il re assente. Infatti come nelle diverse città se ne venera l’immagine, così Dio, invisibile a tutta la creazione vi ha posto l’uomo col ruolo di sua immagine, in onore al Dio invisibile. Si insiste però, indubbiamente sull’origine dell’uomo, differente dagli animali. È per questo che a lui viene affidato il dominio sulla natura. Si afferma altresì il valore diverso, sacro della persona umana, con la presenza divina in lui. La proprietà dell’uomo è il dialogo con Dio (v.28): questi potrà percepire la presenza divina nel tempo sacro (sabato) e nel luogo sacro (tenda/tempio). Dunque l’uomo ha una sua speciale dignità che gli viene dalla creazione stessa, dall’origine. La differenza tra l’affermazione biblica e quella secolare della dignità umana sta nel fatto che in quella non solo si dice qualcosa sul valore dell’uomo, ma si afferma qualcosa anche sul senso ultimo dell’essere-uomo: l’uomo, ogni uomo, è creato affinché accada qualcosa tra lui e Dio, e la sua vita acquisti proprio per questo il suo pieno significato e il carattere sovrano del genere umano nei confronti della natura. Naturalmente non si tratta di “sfruttare” la natura ma di un dominio di tipo regale. Il re, depositario della benedizione, ne è anche mediatore a favore del suo regno, di cui rimane il responsabile. Importante notare che l’uomo è creato per dominare esclusivamente sulla natura, non sugli altri uomini. Le corrispondenze tra le due serie di giorni sono evidenti. Emerge il dato che animali e uomini furono creati erbivori. È un regno di pace in cui non è conosciuto spargimento di sangue (il permesso di uccidere animali per mangiare sarà dato solo in Gen. 9, 3-5, conseguenza della decadenza dell’uomo, non delle disposizioni originarie[12].

Ma parlare degli animali non significa semplicemente richiamare a una piena “responsabilità” nei confronti di ogni individuo, nella consapevolezza che ciascuna creatura ha, al pari dell’uomo, diritto a una esistenza vissuta in libertà, ma richiama al raggiungimento di una propria pienezza. E non significa neppure fare di ogni animale una vittima della crudeltà umana, come osserva Benedetti perché ogni “bestia” è capace […] per sopravvivere e […] sia nel caso che l’avidità e la ferocia degli uomini arrivino a sfruttare o torturare animali per propria utilità o sfogo “bestiale”. In tal caso, lo sguardo dell’animale che patisce al pari di quello del bambino che soffre, dell’uomo che muore, del perseguitato “inerme“[13].

Nella Sacra Scrittura troviamo dei fondamentali dei precetti che riguardano il nostro rapporto con gli animali, le regole per la vita di ogni giorno. (Es 23,45; cf. Dt 22,13) (Dt 5,13-14; Cf. Es 20,10). (Lv 22,26-27; Cf. Es 22,28-29) (Lv 22, 28) (Es 23,19; cf. Es 34, 26; Dt 14,21) (Dt 22,10). Dt 25,4Alcuni esempi:

Queste e molte altre norme contenute nella Torà mostrano un rispetto per gli animali che tuttavia non ne esclude l’uso alimentare. Però la Torà e tutta la tradizione ebraica successiva vietano nel modo più assoluto l’uso del sangue degli animali: “Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue” (Gen 9,3-4). Poiché il sangue, come qui è detto, contiene la vita, cioè l’anima, è riservato a Dio: ciò significa che, pur consentendo dopo il diluvio di cibarsi di carne (e questo è un segno del pessimismo divino verso l’uomo), Dio si riprende l’anima (sangue) degli animali macellati. Anche per essi c’è dunque un’altra vita come testimonia la loro protezione contro le acque del diluvio[14].

Interessante riflessione nell’argomento mostra Paolo De Benedetti[15] commentando la Genesi: “Nell’ultimo giorno, quello che darà inizio ai tempi nuovi, come nel primo, quello in cui ha avuto origine la nostra storia, il destino degli uomini va assieme a quello degli animali. Nel racconto biblico della creazione, l’uomo e la donna sono venuti al mondo, a immagine di Dio, lo stesso giorno, il sesto, in cui sono stati plasmati alla vita “bestiame, rettili e bestie selvatiche” (Gen. 1,24). Per cui è una sorta di “compleanno” quello che uomini e bestie potrebbero celebrare assieme. Così come l’ultimo giorno, il giorno della consolazione e della salvezza, della pacificazione e della celebrazione, non solo le bestie feroci dimoreranno assieme a quelle miti, i lupi insieme con gli agnelli, ma i cuccioli dell’uomo non avranno timore a trastullarsi sulla buca dell’aspide, a mettere la mano nel covo dei serpenti velenosi (Isaia 11, 8). La sacra Scrittura, nei primi capitoli della Genesi, presenta il quadro della creazione: tutte le creature (inanimate, animate: vegetali, animali, umane) sono opera dell’azione creatrice di Dio e hanno riferimento a Lui. La visione teocentrica non è contraddetta dall’eventuale ipotesi dell’evoluzione che, come punto di partenza, non ha il nulla (perché dal nulla non si evolve nulla), ma una realtà iniziale guidata da un disegno Intelligente.

In mezzo, però, nei millenni della storia, è corsa una grave dimenticanza di questa fraternità e sororità[16] tra uomini e bestie, di questo sogno finale di un regno nel quale sia data a tutti uguale ospitalità, e uguale possibilità di espressione del bene di cui ciascuno è capace. Avendo perso di vista il compito affidatoci all’origine, di governare con cura, come governa Dio, “sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, e su ogni essere vivente, e che striscia sulla terra” (Gen. 1,28 ), e avendo smesso di attendere con forza la visione di una solidarietà tra tutti gli esseri viventi, noi uomini ci siamo fatti predatori di tutto ciò che abbiamo potuto predare, di animali come di piante, indifferenti al fatto che, come noi, animali e piante sono portatori di un alito di vita, come noi hanno nascita, esistenza, morte, come noi conoscono crescita e malattia, pienezza e debolezza.

Ulteriore sguardo sull’Universo ci dà l’apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, nella quale medita sulla salvezza sperata, consegnandoci un’importante rivelazione: “La creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio” essa nutre la speranza di essere anch’essa liberata dalla schiavitù del disfacimento “… tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi le doglie del parto“ (Rm 8,19-22) e ai Cor 9,9-10 ricorda che … nella legge di Mosè sta scritto: Non metterai la museruola al bue che trebbia” – precetto santo in favore dell’animale che lavora e dunque ha diritto al cibo – ma poi commenta Bianchi: “Forse Dio si prende cura dei buoi? Oppure è detto per noi? Si, certamente fu detto per noi … “. Si deduce, dallo “sta scritto, che Dio si preoccupa che i predicatori siano ricompensati per il loro ministero, ma dei buoi non gli importa nulla![17]

Dal esegesi del testo paolino al Romani, la prima affermazione che ci viene offerta è “che la redenzione dell’universo non può concepirsi che sulla base della redenzione dell’uomo […] l’uomo è salvato e trascina con sé nella salvezza tutto l’universo”[18]. La seconda si deduce dalla “virtù della morte e risurrezione […] la redenzione e dell’universo insomma si presenta al suo pensiero come un corollario della risurrezione dei corpi, quindi in ultima analisi come un fatto basato anch’esso sulla risurrezione di Cristo”[19]. Una profonda riflessione sul testo che offre Apostolo, non risparmia però grandi difficoltà: “quale […] possa essere stato lo stato primitivo dell’universo prima del peccato, […] perché lo stato presente non è per lui definitivo. Sappiamo intanto che come l’umanità, anche l’universo è in attesa del futuro: il destino del secondo è legato al destino della prima. L’universo non si limiterà ad assistere dall’esterno al trionfo dell’umanità riscattata, alla maniera di uno spettatore pieno di stupore, ma vi parteciperà. L’universo, dice Paolo, liberato dalla schiavitù e della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio, cioè esso abbandonerà la sua condizione attuale per entrare in un nuovo stato che l’Apostolo non teme di definire una libertà: la libertà (facente parte) della gloria dei figli di Dio[20]. Affermazione di questa riposa si fonda sulla certezza della fede: Sappiamo infatti, dice Paolo, che la creazione intera geme fino al presente e soffre i dolori del parto[21]. Per Paolo non ci sono dubbi: l’universo non è destinato all’annientamento, ma alla trasformazione ma in ordine religioso, non scientifico, ma è anche vero che essa afferma con certezza che quale che sia, ci sarà[22].

La riflessione di Paolo porta alle conclusioni, che senza la redenzione dell’uomo non c’è redenzione del corpo e quindi non c’è redenzione dell’universo e quindi propone un forte accento sui valori della realtà terrene, che secondo Vicentini, offrono un solido fondamento alla teologia della storia[23]. La risposta di Paolo sulla escatologia si concentra sulla persona di Cristo e nella distruzione della morte causata da Adamo con le sue conseguenze cosmiche. Abbiamo quindi l’annuncio di un unico progetto di salvezza, annuncio nel quale l’affermazione del coinvolgimento della creazione intera si presenta quasi come un postulato dell’unicità del piano salvifico di Dio creatore: unica salvezza dal cui influsso niente e nessuno resta escluso”, un’unica attesa (Rm 8.22)[24].

Il cosmo segnato dal peccato rimane comunque ordinato a Dio, i grandi sospiri che non abbandonano mai la storia della creazione e i dolori che accompagnano il cammino storico, le doglie premonitrici e le sofferenze prefiguratrici di un’ultima peregrinazione nell’escaton, rivelano la certezza della speranza e l’attesa della libertà sperata. In altri termini, ì dolori e i sospiri indicati in Rm 8.18-25 non sono segni solo di una situazione disperata, ma anche di una speranza che viene direttamente da Dio, che riguarda la sua azione e che dice che nel futuro Dio riserva libertà e gloria. Quest’attesa, dunque, è affermazione del riferimento diretto della creazione a Dio. “Non ci sarebbero, dice Paolo, gemiti, lamenti e lacrime se si trattasse solo di distruzione fisica, psichica o spirituale; se questa distruzione non fosse anche distruzione di qualcosa del tutto diverso e cioè della speranza nella libertà, se in definitiva non ci fosse anche la speranza della libertà. Solo perché sul mondo e sulla terra si libera tale promessa, quel destino di corruzione che si compie nell’annientamento e nella frustrazione è motivo comune e costante di lamento e di sofferenza”[25]. Possiamo dire che in fondo la creazione non si lamenta solo per le varie forme di distruzione del mondo. Si lamenta perché ogni distruzione, sia morale che fisica, appare come una minaccia di quella libertà definitiva che l’attende e che verrà quando Dio, mediante Cristo, provocherà nello splendore e nella potenza della libertà anche la trasfigurazione del mondo.

Paolo sancisce dunque la fede nel rinnovamento dell’universo annunziata dai profeti e già presente nella fede della Chiesa (cfr At 3.21). Come abbiamo detto, Paolo rimane molto sobrio sul nuovo eon cui il cosmo avrà una partecipazione al secolo futuro. Egli pone il cosmo all’interno dell’economia redentrice vissuta ora nell’attesa della liberazione completa e della manifestazione della gloria. Dichiara la penetrazione universale dell’efficacia dell’opera di Cristo e il fatto che l’influsso della sua glorificazione e della sua Signoria oltrepassa i fedeli fino ad arrivare con la sua azione in ogni elemento e in ogni cosa per riunire tutto come Signore in senso reale e tutto riempire della sua gloria[26].  Tutto questo risponde pienamente al suo annuncio cristologico: “Cristo, gloria del Padre, espanderà la sua signoria su tutte le cose e comunicherà al mondo la sua pienezza mediante lo Spirito, cosicché ogni realtà, a suo modo e conformemente al proprio stato, sarà presente in Lui”[27].

Infine il creato, e quanto contiene (elementi naturali, piante, animali), non è costruzione umana. Per il credente, è una realtà ricevuta, donata da Dio creatore per l’umanità e le generazioni che si succedono nella storia. Anche il non credente sperimenta che la creazione (la natura, universo, terra) non è produzione umana; è piuttosto un enigma che rinvia oltre[28] alla speranza della redenzione.

Visione biblica presentata di spora non lascia le risposte del tutto concrete ma lascia sperare nella grande bontà del Creatore, che l’indirizza tutta la creazione verso il futuro l’escatologico e la chiave di questa risposta e la missione del Figlio di Dio e la collaborazione dell’uomo sul piano della salvezza.

 

Nella teologia dei Pardi della Chiesa.

L’autore moderno prof. Nardi, sull’escatologia e salvezza del mondo infraumano[29] contribuisce parlando della dottrina di G. Crisostomo presenta l’opinione del pensatore antico: “un’asserzione chiara, (dice Nardi) inequivocabile della permanenza del mondo infraumano nell’escatologia definitiva. C’è non solo una continuità, ma anche una trasfigurazione”[30] ponendosi sulla scia del pensiero paolino.

Come Crisostomo spiega questa trasformazione? Prof. Nardi cita Providenza si esprime: «questo mondo così fatto è per te ora e di nuovo sarà migliore per te. Che davvero sarà migliore e tutto questo sarà per te senti: lo dice Paolo: “persino la creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione”, ossia dall’essere corruttibile»[31]. Secondo Nardi, Crisostomo si trova sulla linea dei Pardi dell’Asia Minore, sulla cosiddetta teologia della salvezza della carne, il cui rappresentante più significativo è Ireneo. Il fondamento di questa teologia è la risurrezione della carne e come ridondanza la risurrezione fisica del mondo infraumano[32].

Ireneo di Lione (135-202 ca.), in polemica con gli gnostici, ebbe a ribadire la bontà originaria della materia e della carne, offrendo una lettura fortemente cristologica della teologia dell’immagine di Dio[33]. Tertulliano (160-215 ca.), in linea con Ireneo, spinse il «materialismo cristiano» fino a considerare la dimensione corporale come il cardine della salvezza[34] (caro cardo salutis): “in Cristo: anzi, si è mostrato non solo resuscitatore della carne, ma anche ricostruttore di essa. Tanto è vero che anche l’apostolo dice: «E i morti risorgeranno incorrotti». In che modo avviene questo, se non sono integri quelli che prima erano corrotti, sia per difetto della loro salute sia per il tempo trascorso nella sepoltura? Bisogna che questo elemento corruttibile si rivesta dell’incorruttibilità e questo elemento mortale dell’immortalità, non ha ripetuto due volte il suo pensiero, ma ha affidato alla tua attenzione la differenza che è presente in esso: l’immortalità, infatti, l’ha assegnata, nella sua distinzione, alla separazione prodotta dalla morte, l’incorruttibilità alla distruzione causata dalla corruzione; una cosa è stata adattata alla resurrezione, l’altra alla ricostituzione della carne. Penso che anche nell’epistola ai Tessalonicesi abbia promesso l’integrità di tutta intera la sostanza umana”[35].  Per questi autori, l’uomo è “composto” di corpo ed anima, ma non si può dire che l’uno venga prima dell’altra.

Ireneo da Lione nel trattato Contro le eresie scrive: “Isaia dice: Il lupo pascolerà con l’agnello, il leopardo riposerà con il capretto; il vitello, il toro e il leone pascoleranno insieme, e un piccolo fanciullo li condurrà. Il bue e l’orso pascoleranno insieme, e i loro piccoli staranno insieme; il leone e il bue mangeranno paglia. Il lattante metterà la mano nella buca del aspide e nel covo dei figli dell’aspide; e non faranno del male e non potranno tar perire nessuno sul mio monte santo (Is 2 ,6-9). E ancora, riassumendo le stesse cose, dice: Allora i lupi e gli agnelli pascoleranno insieme, il Leone mangerà paglia come il bue, il serpente invece mangerà la terra come pane; e non faranno né mate né danno sul mio monte santo, dice il Signore (Is 65,25). Non ignoro che alcuni tentano di riferire queste espressioni agli uomini selvaggi e provenienti da popoli diversi e dediti ad opere di ogni genere che sono venuti alla fede e che, dopo aver creduto, vanno d’accordo con i giusti. Ma se questo accade già adesso per certi uomini” non meno accadrà alla resurrezione dei giusti per quegli animali, come è stato detto[36]. Mettendo in contrasto un uomo cattivo ed animale innocente ci dà un’interessante osservazione sulla salvezza della carne del mondo extraumano. Dio vuole bene alla creazione come all’uomo selvaggio.

Anche in Origene troviamo una riflessione sulla scia di Paolo: “L’intera creazione porta in sé la speranza della libertà al fine di essere liberata dalla schiavitù della corruzione, quando i figli di Dio, che sono caduti e sono dispersi, saranno raccolti in unità (cf. Rm 8, 19-21)[37] anche sé ci crede “nella risurrezione dei morti perché c’è scritto nel credo e in fondo Origene ne avrebbe probabilmente fatto volentieri a meno”[38].

Nella preghiera per gli animali di San Basilio Magno dice: “Signore e salvatore del mondo, noi ti preghiamo per gli animali che umilmente portano con noi il peso e il calore del giorno. Noi ti preghiamo per le creature selvagge che tu hai creato sapienti, forti, belle; ti preghiamo per tutte le creature e supplichiamo la tua grande tenerezza di cuore perché tu hai promesso di salvare l’uomo e gli animali e hai concesso loro il tuo amore infinito” dando una mera visione della redenzione anche di essi.  “O Signore, accresci in noi la fratellanza con i nostri piccoli fratelli; concedi che essi possano vivere non per noi, ma per se stessi e per Te; facci capire che essi amano, come noi, la dolcezza della vita e ti servono nel loro posto meglio di quanto facciamo noi nel nostro”[39] (San Basilio Magno circa 330 – 379, vescovo e Dottore della Chiesa).

Nella visione della salvezza futura del mondo infraumano si trovano anche altri Pardi della Chiesa riportai in una piccola pubblicazione citata in questo lavoretto e scritta da E. Bianchi. Alcuni dei Pardi invocano la benedizione[40] sul creato altri parlano proprio di un recupero alla fine del tempo, es., Efrem: “Se ti ha fuorviato la voce di Mosè, la voce di nostro Signore ti recupererà. Se poi ti hanno messo turbamento le due voci, la natura, alla quale esse sono legate, darà testimonianza”[41];

Oltre questa visione romantica esiste anche una parte del pensiero dei Pardi i quali si sono spostati dalla risurrezione della carne alla visione dell’immortalità dell’anima. Qui la riflessione diventa molto triste per l’universo perché solo l’uomo è stato dotato dell’anima razionale e diventerà l’unica creatura degna della salvezza e dell’escatologia. Saranno Clemente di Alessandria, Origene e Gregorio di Nissa in oriente, Lattanzio ed Agostino in occidente, ad attribuire una “netta priorità” all’anima per spiegare l’origine e la dignità dell’essere umano di fronte alla caducità della materia. Essi non negano l’unità dell’uomo, ma la natura umana è per loro definita in termini della specificità della sua anima individuale. Si distaccherà dalla tradizione teologica la posizione di Origene (185-253 ca.), con una visione della natura dell’anima assai vicina a quella del platonismo classico, senza però giungere mai ad associare il male direttamente con la corporeità. Sebbene la sua produzione teologica fu in gran parte anti-manichea, Agostino (354-430) mantenne una certa dipendenza dalla visione platonica: «la parte migliore dell’uomo è la sua anima», dice, «il corpo non è tutto l’uomo, ma la parte inferiore dell’uomo»[42]. Agostino rigetta la dottrina platonica della preesistenza delle anime e della loro precedenza temporale rispetto al corpo. Riguardo l’origine dell’anima, il vescovo di Ippona rifiuta sia l’emanazionismo plotiniano, sia la dottrina origeniana circa la creazione simultanea di tutte le anime all’inizio del tempo. La teologia del peccato originale inclinerà Agostino verso il «traducianesimo», secondo cui le anime dei figli avrebbero origine dall’anima dei loro genitori, ma resterà indeciso fra questa posizione e quella di un “creazionismo individuale” per l’anima, che diventerà col tempo la dottrina comunemente accettata dai cristiani. Si tratta di esitazioni terminologiche inevitabilmente intrecciate ad aspetti di ordine teologico. Ma in Agostino è chiara la necessità di mantenere unito il composto di anima e corpo: egli non accetta di poter dire che l’uomo consista di intelletto (mens) e che il corpo non sia anch’esso tanto uomo quanto quello[43]. Esiste tuttavia una certa priorità gerarchica o dinamica dell’anima sul corpo: l’anima è una sostanza razionale che “governa” il corpo o, anche, l’uomo è un’anima razionale che utilizza un corpo terreno e mortale; l’esperienza sensibile non è propria del corpo, ma dell’anima attraverso il corpo[44].

Agostino insegna: “Notiamo appunto che l’uomo non è stato creato come gli animali privi di ragione e chini verso la terra”[45] e aggiunge parlando della creazione: “Dio fece dunque l’uomo a immagine sua. Gli creò perciò un’anima dotata di ragione e di intelligenza, per la quale egli sarebbe stato al di sopra di tutti gli animali terrestri, acquatici e volatili, privi di tale anima. Formato poi l’uomo dalla terra, gli soffiò dentro una tale anima, sia che l’avesse già creata, sia piuttosto che la creasse soffiando, volendo cioè che quel fiato emesso (che altro è il soffiare che emettere un soffio?) fosse l’anima dell’uomo”[46]. Nella dottrina della salvezza e della resurrezione Agostino insegna: “La fonte della vita è Cristo. Avevamo la stessa salute degli animali finché non venne a noi la sorgente della vita. La sorgente della vita venne a noi e per noi morì. Ricuserà di darci la sua vita dopo che ci ha fatto dono della sua morte? Ecco la salvezza che non è vana. Perché non è vana? Perché non passa”[47] senza fare nessun riferimento al mondo degli animali ma soltanto dell’umano dimostrando che la morte e la resurrezione di Cristo era esclusivamente per il genere umano.

Per san Tommaso, l’immortalità dell’anima umana – che per la filosofia cristiana è un presupposto teologico irrinunciabile – è una verità filosofica derivante dalla concezione metafisica dell’anima come forma sussistente di essenza di esse, e pertanto capace di conservarsi nell’essere anche quando non entra più in composizione con la materia. Come scrive Gilson, “la riflessione di Tommaso d’Aquino dipende totalmente – qui come altrove – dal fatto che egli sottomette la ricerca filosofica all’evidenza empirica, anche quando questa sembra implicare una certa contraddizione. L’evidenza empirica è che l’uomo è un essere materiale, giacché ha un corpo, ma allo stesso tempo è capace di pensare, ossia ha una facoltà che è propria degli enti spirituali; deve dunque avere per natura qualcosa in comune con gli animali (corpi che non pensano) e qualcos’altro in comune con gli angeli (enti che pensano ma non hanno corpo). Tommaso, volendo rispettare la natura dei fatti, non ha accolto la tesi di Empedocle o di Galliano, per i quali l’anima sarebbe una mera qualità fisica del corpo; e nemmeno ha accolto la tesi di Platone che concepisce l’anima come una sostanza immortale che non ha bisogno del corpo. Tommaso conserva sia l’unione sostanziale dell’anima con il corpo che la possibilità di una autonoma sussistenza dell’anima stessa, e questa conciliazione gli è possibile proprio in virtù della sua specifica ontologia dell’esse[48]. Come giustamente scrive Michele Federico Sciacca, “l’uomo, per la sua corporeità, è radicato nel mondo materiale, ma per la sua anima intellettiva trascende la natura ed è rispetto a essa autonomo e indipendente. Questa tesi consente all’Aquinate di correggere con Aristotele il platonismo o spiritualismo della cultura cristiana del suo tempo, e di respingere con Platone e il platonismo il naturalismo dell’Aristotele averroista. In altri termini, all’interno della formula aristotelica – “l’anima è la forma sostanziale del corpo” egli introduce una concezione spirituale di essa che ne salva la trascendenza”[49] a differenza degli animali privi di questa anima.

 

Nella teologia contemporanea e nel Magistero dei Papi.

Che cosa dice il Magistero della Chiesa e la teologia contemporanea sul argomento dell’escatologia degli animali?

Il Concilio Constinopolitano II mostra l’esperibilità dell’unico Dio, nella sua forma trinitaria, attraverso la creazione. Le tre modalità con cui l’unico Dio crea, dal Padre, attraverso il Figlio, nello Spirito, rivelano dice il Concilio, che l’unico processo di manifestazione di sé da parte di Dio inizia con la creazione e culmina nell’escaton, la nuova e definitiva creazione[50].

Il Concilio Laterenense parlerà che «la dissomiglianza è maggiore» però «tra le creature e Dio c’è somiglianza», per cui è possibile parlarne di analogia. Il pensiero cristiano consente, secondo il Concilio, di istituire una riflessione su Dio nella quale principio di ogni analogia è il Figlio di Dio fatto uomo proprio per il valore che assegna alle creature[51].

La Costituzione dogmatica, Dei Filius, del Concilio Vaticano I, al capitolo 2, parla di «certa conoscenza di Dio attraverso la realtà creata»[52]; Dio, infatti «il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo, offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di Sé»[53]

Il concilio Vaticano II insegna: «L’uomo può e de­ve amare anche le cose che Dio ha create. Da Dio le riceve e le guar­da e le onora come se al presente uscissero dalle mani di Dio»[54] e nella Dei Verbum pur parlando di processo storico, del quale 1’incarnazione di Cristo è il culmine, afferma che «Dio, creando e conservando per mezzo del suo Verbo tutte le cose, offre agli uomini nella creazione una perenne testimonianza di sè»[55]. La Costituzione dogmatica afferma, inoltre, che «qui sulla terra il regno è già presente, in mistero; ma con la venuta del Signore, giungerà a perfezione. […] Allora, vinta la morte, […] ciò che fu seminato nella debolezza e nella corruzione rivestirà l’incorruzione: e restando la carità con i suoi frutti, saranno liberate dalla schiavitù del male tutte quelle creature che Dio ha fatto»[56].  Il documento precisa che: «il Verbo di Dio per mezzo del quale tutto è stato creato, si è fatto egli stesso carne, per operare, lui, l’uomo perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione universale»[57] Tuttavia «fino a quando non vi saranno cieli nuovi e terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia, la Chiesa pellegrina […] vive tra le creature che gemono e soffrono fino ad ora nelle doglie del parto e attendono la rivelazione dei figli di Dio»[58]. Ora, nel mondo, sottolinea il Concilio, dobbiamo accogliere tutte le creature «come se al presente uscissero dalle mani di Dio»[59].

In magistero presenta un avvicinamento alla redenzione degli animali nella visione della redenzione escatologica alla luce del Signore Gesù Cristo che si fece carne per ridare a tutto l’Universo l’integrità e felicità perdute nella disobbedienza dell’uomo[60].

Paolo VI nella sua dottrina insegna: “Desideriamo esprimere a voi, e, per il vostro tramite, a tutti i vostri colleghi, il Nostro compiacimento per la competenza, il senso del dovere, con cui vi prodigate sia per l’utilità del consorzio civile, nel campo specifico a voi riservato, sia per la cura che prestate agli animali, anch’essi creature di Dio, che nella loro muta sofferenza sono tuttavia un segno dell’universale stigma del peccato, e dell’universale attesa della redenzione finale, secondo le misteriose parole dell’apostolo Paolo: «L’intera creazione anela ansiosamente alla manifestazione gloriosa dei figli di Dio . . . Anch’essa verrà affrancata dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla liberta della gloria dei figli di Dio» (Rom. 8, 19, 21)”[61].

Per l’esperienza cristiana, ha parlato Giovanni Paolo II, tutte le crea­ture dell’universo materiale trovano il loro vero senso nel Verbo incarnato, perché il Figlio di Dio ha incorporato nella sua persona parte dell’uni­verso materiale, dove ha introdotto un germe di trasformazione definitiva: «Il Cristianesimo non rifiuta la materia, la corporeità; al contrario, la va­lorizza pienamente nell’atto liturgico, nel quale il corpo umano mostra la propria natura intima di tempio dello Spirito e arriva a unirsi al Signore Gesù, anche Lui fatto corpo per la salvezza del mondo»[62]. Il pensiero del Papa va oltre la persona del Figlio e trova il suo culmine nella visione Trinitaria. Il Padre è la fonte ultima di tutto, fonda­mento amoroso e comunicativo di quanto esiste. Il Figlio, che lo riflette, e per mezzo del quale tutto è stato creato, si unì a questa terra quando prese forma nel seno di Maria. Lo Spirito, vinco­lo infinito d’amore, è intimamente presente nel cuore dell’universo animando e suscitando nuovi cammini. Il mondo è stato creato dalle tre Per­sone come unico principio divino, ma ognuna di loro realizza questa opera comune secondo la propria identità personale. Per questo, «quando contempliamo con ammirazione l’universo nella sua grandezza e bellezza, dobbiamo lodare tutta la Trinità»[63].

Benedetto XVI nella sua dottrina ritorna alla teologia medievale e al discorso dell’anima immortale: “Mentre nelle altre creature, che non sono chiamate all’eternità, la morte significa soltanto la fine dell’esistenza sulla terra, in noi il peccato crea una voragine che rischia di inghiottirci per sempre, se il Padre che è nei cieli non ci tende la sua mano”[64] non negando però una possibile trasformazione ma parlando del Padre che ci tende per mano fa accento a s. Tommaso: “La quinta via si desume dal governo delle cose. Noi vediamo che alcune cose, le quali sono prive di conoscenza, cioè i corpi fisici, operano per un fine, come apparisce dal fatto che esse operano sempre o quasi sempre allo stesso modo per conseguire la perfezione: donde appare che non a caso, ma per una predisposizione raggiungono il loro fine. Ora, ciò che è privo d’intelligenza non tende al fine se non perché è diretto da un essere conoscitivo e intelligente, come la freccia dall’arciere” [65].

La Commissione Teologica si esprime parlando del mondo degli animali e delle responsabilità dell’uomo verso il creato: “Questa responsabilità si estende al mondo animale. Gli animali sono creature di Dio e, secondo le Scritture, egli li circonda di provvidenziali attenzioni (Mt 6,26). Gli esseri umani dovrebbero accoglierli con gratitudine, e rendere grazie a Dio per la loro esistenza, adottando persino un atteggiamento di ringraziamento verso ogni elemento della creazione. Con la loro stessa esistenza gli animali benedicono Dio e gli rendono gloria: «Benedite, uccelli tutti dell’aria, il Signore […]. Benedite, animali tutti, selvaggi e domestici, il Signore» (Dn 3,80-81). Inoltre l’armonia che l’uomo deve instaurare, o restaurare, nell’insieme della creazione include anche il suo rapporto con gli animali. Quando Cristo verrà nella sua gloria, egli «ricapitolerà» tutta la creazione in un momento di armonia escatologico e definitivo”[66].

Diversamente si presenta il Magistero del Papa Francesco il quale insegna, parlando della creazione, vede in essa non soltanto la meraviglia ed ammirazione ma: «una chiave della nostra propria realizzazione. Infatti la per­sona umana tanto più cresce, matura e si santi­fica quanto più entra in relazione, quando esce da sé stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature. Così assume nella propria esistenza quel dinamismo trinitario che Dio ha impresso in lei fin dalla sua creazione. Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgor­ga dal mistero della Trinità»[67]. L’Enciclica partendo dalla visione Biblica presenta la relazione di “Gesù terreno concreta e amorevole con il mondo. Lo mostra anche risorto e glorioso, presente in tutto il creato con la sua signoria universale: «È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Col 1,19-20). Questo ci proietta alla fine dei tempi, quando il Figlio consegnerà al Padre tutte le cose, così che «Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15,28). In tal modo, le creature di questo mondo non ci si presentano più come una realtà meramente naturale, perché il Risorto le avvolge misteriosamente e le orienta a un destino di pienezza. Gli stessi fiori del campo e gli uccelli che Egli contemplò ammirato con i suoi occhi umani, ora sono pieni della sua presenza luminosa”[68].

Papa Francesco[69] durante un’udienza di mercoledì secondo le scritture degli giornalisti anche se il testo ufficiale non riporta queste parole, dovrebbe dire: “Papa Montini confermò questo pensiero in una catechesi: “gli animali sono la parte più piccola della Creazione Divina, ma noi un giorno li incontreremo ancora, nel Mistero di Cristo”. Qualche anno dopo Papa Wojtyła si esprimete con queste parole: “La Genesi ci mostra Dio che soffia sull’uomo il suo alito di vita. C’è dunque un soffio, uno spirito che assomiglia al soffio e allo spirito di Dio. Non solo l’uomo ma anche gli animali hanno un soffio divino”. Francesco prosegue: “Nello stesso tempo, la Sacra Scrittura ci insegna che il compimento di questo disegno meraviglioso non può non interessare anche tutto ciò che ci circonda e che è uscito dal pensiero e dal cuore di Dio. L’apostolo Paolo lo afferma in modo esplicito, quando dice che «anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Altri testi utilizzano l’immagine del «cielo nuovo» e della «terra nuova» (cfr 2 Pt 3,13; Ap 21,1), nel senso che tutto l’universo sarà rinnovato e verrà liberato una volta per sempre da ogni traccia di male e dalla stessa morte. Quella che si prospetta, come compimento di una trasformazione che in realtà è già in atto a partire dalla morte e risurrezione di Cristo, è quindi una nuova creazione; non dunque un annientamento del cosmo e di tutto ciò che ci circonda, ma un portare ogni cosa alla sua pienezza di essere, di verità, di bellezza. Questo è il disegno che Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, da sempre vuole realizzare e sta realizzando”[70].

Una svolta storica quella del Papa Bergoglio, d’ora in poi cani, gatti, pesci rossi e tutti gli altri animali, domestici e non, avranno la speranza di una vita eterna[71]. L’ennesimo passo avanti di una Chiesa che per troppo tempo era rimasta ancorata a canoni antichi e fuori tempo, e che grazie a Francesco si è rinnovata. Dobbiamo evidenziare un cauto linguaggio teologico nel Magistero della Chiesa a riguardo il mondo infraumano. Non si nota da nessuna parte nell’insegnamento della Chiesa una dichiarazione sulla salvezza dell’animale e del suo mondo. Si presume soltanto una visione di un paradiso insieme come conseguenza della redenzione dell’uomo, del suo corpo e come oggetto della redenzione universale, ma mai dato per esplicito.

La redenzione del animale fa parte della redenzione di tutto l’universo e non è la questione della teologia per esplicito. L’Amore di Dio si estende al tutto il creato e nella bontà di Dio il mondo infraumano dopo il termine della vita viene rinnovato e trasformato senza sapere però in che modo e come.

Le parole del Magistero della Chiesa sono piene di speranza per tutte le creature ma in modo particolare sono rivolte verso l’uomo come oggetto del Amore Misericordioso del Padre.

I secoli dell’insegnamento della dottrina dell’anima non stanno in contrasto con la redenzione della mondo infraumano ma possiamo cogliere in questi nostri tempi una svolta e certa trasformazione del pensiero verso le idee antropomorfiche che vorrebbero trattare animale con lo stesso approccio dell’umano dandogli al posto del “soffio divino” anima simile all’umano. L’errore di questa idea sta nel considerare l’uomo e l’animale a pari non soltanto per il diritto di vita ma anche nel diritto della salvezza! Sarebbe meglio pensare alla salvezza della nostra anima e creare le strutture della difesa degli animali senza costringergli a diventare i cristiani.

[1] L. Venturo, Escatologia. Fine dei tempi e delle fini. Sintesi dottrinale cattolica, Fede & Cultura, 2012, p 61.

[2] DV, IV, 16.

[3] Commentarium in Ioannem 1, 36-39; 44-46.

[4] De catechizandis rudibus, 4, 8, 8-9; De doctrina chistiana, III, 1-2.

[5] Ermeneutico (determinazione del senso, della norma interpretativa e del metodo), storico – critico, letterale (proprio: similitudine, parabola, favola; traslato: metafora, allegoria), simbilico, tipico (figura di…), ecc. I più eccelenti rappresentanti di queste linneedi lettura sono: A. Schlatter, D.F. Strauss, R. Bultmann, A. Fernandez, A. Descamps, P. Sthumacher, P. Beauchamp, H. Hubner, H. de Lubac.

[6] DV, III, 12.

[7] De Praescriptione haereticorum, 13.

[8] C.M.Martini, ………

[9] Uomini e Animali 16

[10] Uomini e Animali 16

[11] Uomini e Animali, 16

[12] P. de Benedetti, Teologia degli animali, a cura di Caramore G., Morcellana 2011, p. 34.

[13] Ibidem.

[14] E. van Wolden, Racconti dell’inizio, Genesi 1-11 e altri racconti di creazione, Queriniana, Brescia, 1999, 107s

[15] P. de Benedetti, Teologia degli animali, op.cit., p. 37.

[16] H. Baharier, Genesi spiegata da mia figlia, Garzanti, Milano 2016, p.64.

[17] Uomini e Animali. Visti da Padri della Chiesa, a cura di Enzo Bianchi, priore di Bose, Edizioni Qiqajon, 1997, p. 12-13.

[18] J. I. Vicentini, Lettera ai Romani, Città Nuova Editrice, Roma, 1971, p. 155.

[19] Ibidem, p. 156.

[20] Ibidem.

[21] Ibidem.

[22] Ibidem.

[23] J.I. Vicentini, Historia y escatologìa: CF 16 (1960) 67, nota 10.

[24] B. Rossi, La creazione tra il gemito e la gloria. Studio esegetico e teologico di Rm 8, 18-25, Edizioni Dehoniane Roma, 1992, p. 176.

[25] H. Schlier, Linee fondamentali di una teologia paolina, Queriniana 20085, p. 103.

[26] B. Rossi, La creazione tra il gemito e la gloria, op.cit., p. 191.

[27] Ibidem, p. 193.

[28] L. Lorenzetti, L’uomo e il regno animale tra fede, etica, società e scienza, II Convegno Nazionale Associazione Cattolici Vegetariani Bocca di Magra (La Spezia), 11-12-13 Maggio 2012.

[29] C. Nardi, Scorribande, Fascicolo, Biblioteca FTIC Firenze, 43-44.

[30] Ibidem.

[31] Ibidem.

[32] Ibidem.

[33] cfr. Adversus haereses, V, 28; Epideixis, 16

[34] De carnis resurrectione, 8

[35] Tertulliano, La resurrezione della carne, 56-57.

[36] Citazione riportata da Benedetti, Uomini e Animali, op. cit..: Ireneo da Lione, Contro le eresie, 5, 33,4.

[37] Origene, Sui principi, 3, 5, 4.

[38] C. Nardi, Scorribande, op. cit.

[39] Uomini e Animali. Visti da Padri della Chiesa, op.cit., p. 26. E molto interessante che l’autore non cita nessun Padre della Chiesa che è contrario alla visione della resurrezione della carne presentando soltanto la parte dei Pardi che non parlano dell’anima immortale come elemento principale della salvezza ed escatologia.

[40]  “Tutte le cose sono state create per annunciare la gloria di Dio e cantare la sua lode. L’essere dotato di ragione è stato creato per conoscere Dio; quello che ne è privo, per farlo conoscere” – Isacco di Ninive.

[41] Ibidem, p. 44.

[42] Agostino, De civitate Dei, XIII, 24

[43] cfr. Sermones, CLIV, 10, 15

[44] Agostino, De Genesi ad litteram, III, 7

[45] Agostino, De civitate Dei, Libro XXIV, 24.4.

[46] Ibidem.

[47] Agostino, Discorso 233, Nei giorni di pasqua.

[48] E. Gilson, Eléments d’une métaphysique thomiste de l’étre, in “Archives d’histoire doctrinale et littéraire du Moyen Age”, 1973, p. 33

[49] M. F. Sciacca, Prospettiva sulla metafisica di san Tommaso, Ed. L’Epos, Palermo 1990, p. 118

[50] Concilio svoltosi nel 553.

[51] 11-30 novembre 1215.

[52]  Anche Agostino, parlando delle “vestigia Trinitatis”, faceva risalire la capacità di andare verso Dio a partire dalla creazione.

[53]  Canone 2, punto 3. «Dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’Autore». Cfr. Sap 13.5

[54] GS, 37.

[55] DV, 3-4.

[56] GS, 39.

[57] GS, 45.

[58] GS, 48.

[59] GS, 37.

[60] F. Schumacher, Piccolo è bello. Uno studio di economia come se la gente contasse qualcosa, Ugo Mursia Editore 2011, p. 64.

[61] Paolo VI, Udienza Generale, Mercoledì, 28 maggio 1969

[62] Giovanni Paolo II, Lett. ap. Orientale lumen (2 maggio 1995), 11: AAS 87 (1995), 757.

[63] Giovanni Paolo II, Catechesi (2 agosto 2000), 4: Inse­gnamenti 23/2 (2000), 112.

[64] Benedetto XVI, Festa del Battesimo del Signore, Domenica, 13 gennaio 2008

[65] Tommaso d’Aquino, La somma teologica, Salami, Firenze, 1964, vol. I, pagg. 180, 182, 184 e 186

[66] Commissione Teologica Internazionale, La persona umana creata a immagine di Dio, tenutesi a Roma dal 2000 al 2002.

[67] Enciclica Laudato Sì, del Santo Padre Francesco sulla Cura della Casa Comune, 240.

[68] Ibidem, 100.

[69] Papa Francesco, Udienza Generale, Piazza San Pietro Mercoledì, 26 novembre 2014

[70] Ibidem.

[71] Secondo alcuni giornali sono le parole di Papa Francesco: http://www.theromanpost.com/2014/11/papa-francesco-gli-animali-vanno-in-paradiso/ ma nel testo dell’udienza non ci sono queste affermazioni. Probabilmente sono state dette “al braccetto”.