LA PERSONA DI PAOLO

Paolo, giudeo della diaspora e cittadino dell’impero romano. Passato dal giudaismo alla fede cristiana, ne diventa il propagatore più ardente. Preparato dalle esperienze fatte a Damasco, a Gerusalemme e ad Antiochia, si dedica alla missione[1]. Uno dei frutti del suo servizio missionario è la comunità di Corinto, per la quale andava particolarmente orgoglioso. La reputava la sua “opera nel Signore”, “il sigillo” della sua missione apostolica, la sua apologia contro i denigratori, la sua “lettera di raccomandazione”, in grado di essere conosciuta e letta da tutti gli uomini. Motivo per lui di tanta gioia e consolazione, questa comunità procurò tuttavia all’apostolo una consistente serie di preoccupazioni e di affanni. Per questo Paolo tenne un’intensa corrispondenza epistolare con i cristiani di Corinto, nei confronti dei quali si mostrò sempre tenero ed esigente padre spirituale, tanto che poteva confidare loro: “Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo” (l Cor 4,15).

LA CITTÀ DI CORINTO[2]

Per comprendere meglio il contenuto, la dottrina, lo spirito delle due lettere, è opportuno premettere una breve descrizione dell’ambiente trovato dall’Apostolo a Corinto. Menzionata sei volte nel Nuovo Testamento – quattro volte nell’epistolario paolino e due negli Atti degli Apostoli – la città di Corinto è uno dei capisaldi della strategia missionaria di Paolo. La sua storia è assai utile per comprendere meglio in quale ambiente venne a trovarsi Paolo dopo l’umiliante partenza da Atene.

Già ai tempi di Platone (secc. V-IV a.C.) Corinto era città raffinata, opulenta e corrotta. Cicerone l’aveva definita “Totius Graeciae lumen”. Nel secondo secolo a.C., dal console Lucio Mummio fu rasa al suolo e rimase, per oltre un secolo, un ammasso di macerie. Grazie alla sua invidiabile posizione geografica esigeva che risorgesse dalle rovine. Per questo nel 44 a.C. Giulio Cesare ne ordinò la ricostruzione e volle che avesse il nome di “Colonia laus Julia Corinthus”[3]. Chiamò a popolarla dai coloni italici, sia veterani sia liberi, che i Greci sdegnavano come persone senza cultura e di gusti grossolani. Nel 27 a.C. Augusto la fece capitale della provincia senatoriale di Acaia. Da questa data la città riprende la fioritura e supera, per splendore e importanza, lo stesso precedente periodo di prosperità[4].

Dal punto di vista religioso, viste le svariate presenze etniche, tutti i culti vi erano rappresentati: accanto ai santuari dedicati alle divinità orientali, come Iside, Serapide e Cibele, si potevano scorgere i grandi templi di Giove Capitolino, di Artemide e di Afrodite Pandemos (= Venere popolare), la dea dell’amore, nel cui tempio – a detta di Strabone – si esercitava, come un rito religioso, la prostituzione sacra da oltre mille ierodule. Notizia, che si riferiva probabilmente all’antica Corinto, mentre al tempo di Paolo forse vi era soltanto un tempietto sull’Acrocorinto[5]. Città del piacere, Corinto era necessariamente anche città dispendiosissima: di qui il detto popolare, ripreso da Orazio, “non cuivis homini contingit adire Corinthum” (= non a tutti è possibile recarsi a Corinto). La dissolutezza della città era talmente proverbiale che “vivere alla corinzia” era sinonimo di vita sfrenata e corrotta. Le più dissolute cortigiane si davano convegno a Corinto: fra di esse rimase famosa una certa Laide. Tale pessima rinomanza fece sì che presso gli antichi “fanciulla corinzia” divenisse sinonimo di prostituta[6].

Sotto l’aspetto economico e sociale, Corinto, importante centro commerciale, portava con sé i fenomeni inevitabilmente legati all’abbondante flusso di denaro: l’alto costo della vita e un’estesa corruzione. I grandi traffici commerciali, infatti, portavano nella città ricchezze, ma anche lusso, decadenza morale e sfruttamento. La sua felice posizione sull’istmo omonimo, a cavallo del Mar Ionio e Mar Egeo, la rendeva un centro amministrativo e commerciale di primo ordine, punto di incontro tra uomini d’affari e mercanti che provenivano dall’Europa, dalla Grecia, dall’Italia, dalla Siria, dall’Egitto e da altre parti dell’impero. Tutto questo spiega la sua florida ricchezza, l’opulenta maestà delle sue costruzioni, fra cui l’Agorà (la piazza centrale della polis greca, dove si svolgeva la vita politica e commerciale della città), il tempio di Apollo in stile dorico, le splendide fontane Glauke e Pirene, rivestita questa ultima di marmi da Erode Attico, ricordato anche per la sua proverbiale corruzione, favorita dal caotico cosmopolitismo dei suoi abitanti. 

L’incremento economico si fondava pure sulla fiorente attività artigianale, che comprendeva la produzione di ceramica, l’industria tessile e l’arte di fondere il bronzo. Le ricche famiglie romane solevano ornare le loro case e ville con i famosi bronzi di Corinto.

Altra fonte di ricchezza per la città era il turismo che raggiungeva le punti più alte in occasione dei giochi panellenici biennali di primavera, noti come “i giochi istmici”. Vi si svolgevano, insieme alle classiche gare atletiche, concorsi di poesia, di musica e retorica. Il benessere economico, comunque, era concentrato nelle mani di pochi ricchi; mentre il resto della popolazione, composto in prevalenza di schiavi e lavoratori portuali, viveva in condizioni disagiate. Profondo, dunque, lo squilibrio esistente tra i grandi possessori di ricchezze e la massa dei diseredati e dei poveri. Atleti di tutta la Grecia e di tutto l’impero affluivano a Corinto per competere in queste gare.

LA NASCITA DELLA CHIESA A CORINTO

In questa città commerciale, prospera, opulenta, segnata da gravi ingiustizie sociali, e – almeno a prima vista – lontanissima da una qualsiasi apertura al messaggio evangelico, Paolo all’inizio degli anni 50 d.C., durante il suo secondo viaggio missionario, comincia a proclamare la parola di Dio. Vi resterà circa un anno e mezzo. Come egli stesso confessa, vi giunse “in debolezza e con molto timore e trepidazione” (l Cor 2, 3) dopo la dolorosa esperienza di Atene[7]. Nella metropoli della cultura greca, infatti, la missione evangelizzatrice di Paolo aveva segnato un fallimento: il famoso discordo all’areopago (At 17, 22-31), impostato con abilità retorica e con riferimenti alla sapienza umana, suscitò reazioni contrastanti e gelido scetticismo, appena Paolo annunciò la Risurrezione di Cristo. Solo pochissime persone credettero. Sotto l’impressione di questo insuccesso, l’apostolo, solo, senza la compagnia di Timoteo e di Sila, sprovvisto di mezzi di sussistenza, si presentò a Corinto. Lo rivela lui stesso: “Anch’io, fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso … e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza” (At 2, 1-4).

A Corinto, incontrò due coniugi giudei, ma a quel tempo già cristiani, Aquila e Priscilla, che avevano lasciato Roma a causa dell’editto con cui l’imperatore Claudio aveva espulso tutti gli ebrei dalla capitale. Insieme a loro, l’Apostolo si guadagnava da vivere lavorando il cuoio[8], perché “faceva lo stesso loro mestiere, rimase presso di loro e lavorava (At, 18); nel frattempo si dedicava alla predicazione[9], cominciando, come al solito, di sabato, durante le riunioni sinagogali della diaspora giudaica di Corinto. I suoi ascoltatori erano cittadini dalla provenienza sia greca sia giudaica (At 17, 4). Teneva le istruzioni nella casa di un proselito, Tizio Giusto, che abitava nei pressi della sinagoga. I frutti si fecero ben presto vedere: molti Corinzi, tra i quali lo stesso capo della sinagoga, Crispo, si convertirono alla fede cristiana[10], ma poiché gli ebrei si opponevano al messaggio evangelico, “scuotendosi le vesti, disse loro: “il vostro sangue ricada sul vostro capo” (At 18, 6), ruppe i rapporti con i giudei e cominciò a rivolgersi ai pagani.

Dopo qualche tempo dalla Macedonia, lo raggiunsero Sila e Timoteo, che portarono concreti aiuti economici da parte della comunità di Filippi (Fil 4,14). Aiutato da Loro e senza dubbio anche da Sostene, Paolo era riuscito a creare a Corinto una comunità cristiana viva e guidata nei suoi primi passi da lui stesso. Dall’annuncio nasce una chiesa della quale si sente padre (1 Cor 4, 15)[11], fondatore e sapiente architetto (1 Cor 3, 10). Secondo 1 Cor 1, 14-15 i membri di questa Chiesa facevano i quei pochi credenti da Lui battezzati (il compito specifico non era quello di battezzate, bensì di annunciare il vangelo 1, 17), cioè: Crispo, arcisinagogo convertito da Paolo (At 18, 8)[12], Gaio e la famiglia di Stefana, dedicata al servizio della comunità (1 Cor 16, 17), ma non erano i soli. Vi si devono aggiungere Tizio Giusto, Erasto “tesoriere della città” dell’Istmo oppure amministratore[13] e infine Aquila, Prisca e Febe “patrona” e diaconessa della chiesa di Cencre (Rm 16, 1-2).

              Secondo gli vari autori[14] la vita sociale e comunitaria della chiesa di Corinto era in continuo movimento. In Cor 14, 23-26 Paolo parla delle riunioni periodiche plenarie e cittadine, per ascoltare le parole dei carismatici come anche in 11, 17-34 fa riferimento a riunioni ecclesiali di carattere conviviale: cena del Signore. Inoltre le assemblee servivano anche per risolvere dei problemi della comunità p.es., incesto (5, 4) o per semplice stare insieme (11, 2-16).

A Corinto il suo intenso servizio apostolico dovette svolgersi in maniera assai feconda e serena, ma non senza qualche ostacolo e difficoltà; tanto è vero il Signore gli apparve una notte in visione per rincuorarlo: “Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città” (At 18, 9-10). L’apostolo continuò la sua indefessa azione evangelizzatrice, fino a quando i giudei (favoriti probabilmente anche da altre persone, alle quali il messaggio evangelico doveva dare non poco fastidio) non sporsero denunzia contro di lui davanti al proconsole romano Gallione (fratello del filosofo Seneca), con l’accusa di propagandare un culto contrario alla legge. Accusa troppo vaga perché Gallione, uomo astuto e accorto, potesse prenderla sul serio e non vi sospettasse invece un espediente legale per disfarsi di qualche avversario politico o religioso. Pertanto rispose seccamente agli accusatori: “Se si trattasse di un delitto o di una azione malvagio, o Giudei, io vi ascolterei, come di ragione. Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra legge, vedetevela voi; io non voglio essere giudice di queste faccende” (At, 18, 14-16). E così li cacciò via dal tribunale. Ne nacque un tafferuglio, durante il quale, Sostene, capo della sinagoga, venne malmenato dalla folla e “Gallione non si curava per niente di queste cose”. Dopo questo episodio Paolo si trattene ancora per diverso tempo a Corinto; poi, probabilmente nell’autunno del 52 d. C., lasciò la città[15], veleggiando dal porto di Cencre verso la Siria in compagnia di Aquila e Priscilla.

              Partendo da Corinto, l’Apostolo lasciava una vivace comunità cristiana chiamata a vivere in un contesto sociale greco-romano-asiatico-ebreo. È facile immaginare quanti ostacoli dovesse incontrare la fede cristiana ad inserirsi ed esprimersi in una cultura totalmente diversa da quella ebraica dove era nata. La situazione era inoltre resa ancora più critica da una qualificata presenza ebraica nella comunità, un gruppo di persone che, per avere abbracciato il Vangelo, non pensavano di dover abbandonare le venerate tradizioni veterotestamentarie.

              L’OCCASIONE E TEMPO DI COMPOSIZIONE DELLA LETTERA

              Con i cristiani di Corinto, Paolo, secondo Barbaglio, tenne sicuramente un’intensa corrispondenza, dovuta alla loro turbolenza e instabilità[16]. Almeno quattro furono le lettere paoline ai Corinzi[17].

La prima è andata perduta[18]. Sappiamo solo che in quella missiva l’Apostolo esortava i corinzi a non mescolarsi con gli impudichi[19] (1Cor 5, 9), riferendosi a quelli che, malgrado vivessero in modo immorale, volevano, comunque, rimanere nella comunità, come l’incestuoso cui si allude al v.1: “Si sente dappertutto parlare di immoralità tra voi, e di una immoralità tale che non si riscontra neanche tra i pagani”. I corinzi capirono male e s’impegnarono nell’impresa, praticamente impossibile, di separarsi da tutti gli impudichi della città (1Cor 5, 10- 11).

La seconda è “l’attuale Prima ai Corinzi”. La terza, che va sotto il nome di “Lettera delle lacrime”, dovette essere molto dura: “Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e col cuore angosciato – annota Paolo in 2 Cor 2,4 – tra molte lacrime, però non per rattristarvi, ma per farvi conoscere l’affetto immenso che ho per voi”. Per alcuni esegeti, anche questa lettera è andata perduta, mentre per altri sarebbe confluita, almeno in parte, nella Seconda ai Corinzi[20]. La quarta e ultima Lettera è l’attuale Seconda ai Corinzi.

Che cosa accadde nella giovane comunità di Corinto, dopo la partenza dell’Apostolo? Quale fu l’occasione concreta, che convinse Paolo a scrivere l’attuale Prima Lettera? In 1Cor 16, 8 l’Apostolo dice chiaramente di trovarsi ad Efeso, dove gli si è aperta “una porta grande e propizia” per l’evangelizzazione, “anche se gli avversari sono molti’. Pur essendo tutto dedito, nel suo terzo viaggio missionario, ad annunciare il Vangelo in quella grande metropoli e nel suo vastissimo retroterra, non cessa di interessarsi delle altre chiese e in particolar modo di quella di Corinto, alla quale si sentiva legato da sentimenti di profonda e tenera paternità[21].

Da una delegazione di “persone della casa di Cloe” (1Cor 1,11) e da uno scritto inoltrato dagli stessi Corinzi (1Cor 7,1), sopraggiungono ad Efeso le informazioni delle tensioni, degli antagonismi, delle scissioni che si stavano formando tra i cristiani[22].

La Chiesa di Corinto rischiava di frazionarsi in tante compagini rivali. E non era tutto, perché problemi e abusi peggiori si stavano delineando in campo morale, specialmente per quanto riguardava i comportamenti sessuali. C’era inoltre poca carità tra i cristiani e si dava scandalo ai pagani, portando davanti ai loro tribunali litigi e controversie. Questo era il quadro della situazione. Occorreva un intervento immediato. Paolo pensò bene di inviare subito a Corinto Timoteo, per provvedere almeno alle necessità più urgenti: “Per questo appunto vi ho mandato Timoteo, figlio mio e fedele nel Signore: egli vi chiamerà alla memoria le vie che vi ho indicato in Cristo, come insegno dappertutto in ogni Chiesa” (1Cor 4,17).

Ma non si accontentò; temendo che i Corinzi non ascoltassero seriamente il suo fedele discepolo, si decise a scrivere una lettera piuttosto energica e stimolante. Nel frattempo, però, a lettera già iniziata, dovette arrivare da Corinto una “missione” ufficiale[23], composta da Stefana, Fortunato e Acaico (1Cor 16,17), che poneva all’attenzione dell’Apostolo alcuni “casi di coscienza” e alcuni quesiti, come il rapporto tra matrimonio e verginità, l’uso delle carni immolate agli idoli, i disordini nelle assemblee liturgiche, il tema della risurrezione.

A questi interrogativi e all’assillo dei problemi esistenziali della comunità, Paolo risponde dettando questa nostra Prima Lettera ai Corinzi, che si presenta come uno scritto pastorale finalizzato a tracciare il cammino dell’esistenza cristiana in una città culturalmente inquieta, dove il paganesimo era una costante insidia su tutti i fronti della vita[24].

La data della comparsa della lettera è controversa tra gli studiosi. Per alcuni Paolo avrebbe scritto nel 55 d. C. durante il primo anno della sua dimora ad Efeso. La maggior parte propende invece per il 56 o 57 d. C.; in ambedue i casi nell’imminenza della Pasqua (1Cor 5, 7…).

Per la svariata molteplicità dei temi affrontati, la 1 Corinzi appare come una delle Lettere paoline più ricche e stimolanti. Documenta l’incontro del Vangelo con la mentalità e la cultura ellenistica. Rivela il passaggio da un tipo di cristianità rurale o comunale ad una cristianità urbana inserita in una grande città.

Lo schema di composizione della Lettera rispecchia perfettamente la situazione storica che ha spinto Paolo a scrivere ai Corinzi. Apparentemente è un’opera disorganica e antologica, giacché tratta molti argomenti diversi e passa da uno all’altro senza filo conduttore; eppure, ad una lettura attenta, ci si accorge che il testo è profondamente unitario, nonostante la molteplicità degli argomenti. Tutte le questioni, infatti, vertono sul medesimo argomento, la pratica della vita cristiana in un ambiente pagano: divisioni nella Chiesa, pretesa di sapienza, un caso di incesto, procedimenti legali tra cristiani, relazioni sessuali all’interno della coppia, problema dei non sposati, consumo delle carni provenienti dai sacrifici agli idoli, disordini nelle assemblee liturgiche, manifestazioni dello Spirito, dubbi circa la risurrezione dei morti.

Ma ciò che determina l’unità profonda della lettera è la stessa persona di Paolo, il suo coinvolgente rapporto con il Cristo, “potenza di Dio e sapienza di Dio” (1, 23s), ed il forte vincolo che lo lega alla comunità cristiana di Corinto: i problemi sono diversi, ma il centro è sempre Cristo e, in molti modi, l’apostolo continua a riportare i suoi cristiani a questo centro unificante[25].

Nella Lettera si possono scorgere due ampie parti ben distinte tra loro:

  • la prima relativa alla correzione dei disordini verificatisi nella Chiesa di Corinto (1,10 – 6,20);
  • la seconda, concernente la risposta ai vari quesiti rivolti all’Apostolo (7,1 – 15,58).

IN DETTAGLIO, I TEMI SALIENTI DELLA LETTERA:

Prescritto e azione di grazie: 1, 1-9

Prima parte: Problemi della comunità verificatisi a Corinto durante l’assenza di

                      Paolo

Reazione alle notizie giunte da Corinto tramite la gente di Cloe, affronta quattro questioni differenti:

  • 1, 10-4,21 –          Divisioni nella Chiesa di Corinto:

Vangelo e sapienza

Sapienza umana e sapienza divina

Il servizio degli apostoli

Dialogo conclusivo

  • 5, 1-6, 20 –           Discordi a Corinto:

Un caso di immoralità

Liti tra i cristiano

Fornicazione

Con questa lettera l’apostolo si propone di risolvere una crisi che potremmo definire una “crisi di crescita”. La gente di Cloe ha sottoposto a Paolo tre problemi che hanno turbato la Chiesa di Corinto: un caso di incesto, il problema posto dal fatto che alcuni fratelli hanno trascinato altri fratelli davanti al tribunale civile, e infine il cattivo esempio dato da alcuni viziosi che giustificano il loro comportamento con lo slogan: “tutto è permesso”. L’opinione di Paolo è che l’incestuoso deve essere escluso dalla comunità (5,1-13), i fratelli devono regolare le loro controversie[26] tra di loro con il perdono e l’amore, senza ricorrere assolutamente alle vie giudiziarie (6,1-11) e bisogna fuggire il vizio perché il nostro corpo è il tempio dello Spirito Santo e la persona nella sua interezza è un membro del Cristo (6,12-20).

Altri importanti questioni sono i problemi morali: la fornicazione che offre a Paolo lo spunto per richiamare i cristiani al loro nuovo impegno morale[27], fondato sul fatto di essere ormai “tempio dello Spirito Santo”.

In modo particolare Paolo si sofferma sui problemi di divisioni all’interno della comunità[28]. Tra quelli legati a Paolo, vi sono adesso i partigiani di Apollo, probabilmente amanti delle lettere e stimatori della retorica alessandrina di questo predicatore; vi sono anche «quelli di Pietro», forse i giudaizzanti che si rifanno al capo degli apostoli per sostenere il loro attaccamento alle leggi giudaiche; infine c’è anche il partito di Cristo, composta probabilmente da coloro che rifiutano ogni mediazione ecclesiale e pretendono di rifarsi direttamente a Gesù Cristo. Paolo risponde: “Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi?”. L’unico salvatore che è il Cristo, evocato dalla croce, segno della sua sconvolgente vittoria, deve rappresentare l’unità e la gloria dei cristiani. La divisione dei cristiani e la pretesa di una sapienza umana rendono vana la croce di Cristo: la vita e la morte di Gesù Cristo, infatti, sono, per un ragionamento puramente umano, follia e sconfitta. Mentre, per il credente, la croce di Cristo costituisce la sapienza e la potenza di Dio.

Paolo stesso ne ha fatto esperienza proprio quando è giunto a Corinto dopo il fallimento di Atene: ha predicato soltanto Gesù crocifisso, senza gli abbellimenti della retorica o i ragionamenti filosofici. Egli aveva compreso come “la fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”. La croce di Cristo è una sapienza misteriosa e nascosta, in cui il credente legge l’amore di Dio: l’accoglienza della croce, cioè il mistero della vita che passa attraverso la generosa accettazione della morte, si può raggiungere soltanto per gradi. Non è questione di comprensione, per cui, chi è intelligente, con un bel ragionamento afferra il concetto ed è a posto. L’assimilazione della sapienza di Dio che si rivela nella croce riguarda tutta la persona e porta delle serie conseguenze di vita pratica. Paolo, invece, deve ammettere che i Corinzi sono ancora come dei bambini lattanti, altro che adulti perfetti: perché tollerano che tra loro vi siano gelosie e litigi e immoralità. Bisogna che imparino “a non gonfiarsi di orgoglio a favore di uno contro l’altro”, a favore di Apollo contro Paolo. Gli apostoli, chiunque essi siano, devono prendere l’ultimo posto come ha fatto Gesù; non sapienti, ma folli, deboli e disprezzati, ridotti ad essere “la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi” (4,13). Paolo annuncia, quindi, che manderà loro Timoteo per portare la sua lettera a Corinto e sviluppare il suo insegnamento. Poi verrà egli stesso «con amore e con spirito di dolcezza», ad aiutarli a crescere in Cristo, edificando la loro Chiesa.

Per la questione dei ministri, Paolo spiega: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere”. E ancora: “Io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra”. Dio nella sua azione ribalta gli schemi degli uomini: la scelta di mezzi deboli serve per manifestare la potenza di Dio e, quindi, Dio sceglie collaboratori deboli per far emergere la potenza del suo intervento. Per Paolo nessuna carne può essere orgogliosa davanti a Dio, nessuno può dire «Io sono capace»: “Per opera di Dio voi siete in Cristo Gesù (non per opera di Paolo o di Apollo), il quale è diventato sapienza di Dio per mezzo di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore (Ger 9,23)”. Infatti che cosa sono Apollo e Paolo? Semplicemente dei ministri, per mezzo dei quali i Corinzi sono venuti alla fede, ciascuno secondo quello che il Signore gli ha concesso. Non chi pianta, né chi irriga è qualcosa, ma Dio che fa crescere: il ruolo fondamentale di Dio è quello della crescita e della costruzione. Il ministero ecclesiale è da Paolo paragonato al lavoro del contadino e del muratore: necessario, ma subordinato alla potenza di Dio, che, solo, porta ai risultati positivi. Paolo non vuole essere altro che un servitore fedele di Cristo.

Questo linguaggio di Paolo getta le basi di una spiritualità autenticamente cristiana. La Croce di Cristo proclama che la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio e che la follia della Croce è sapienza di Dio. L’ideale cristiano non può essere riferito a uomini, né ad alcuna altra cosa di questo mondo, giacché “Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (3,22-23).

Seconda parte: Risposta ai quesiti proposti dai Corinzi oppure insegnamenti

Al cap.7 inizia la seconda parte della lettera, che qualcuno ritiene uno scritto indipendente. Da questo punto, infatti, Paolo non reagisce più a notizie che ha avuto su casi negativi verificatisi nella comunità di Corinto, ma risponde direttamente alle domande che i Corinzi gli hanno rivolto tramite la delegazione di Stefana, Fortunato e Acaico. Le questioni che vengono prese in considerazione possono ridursi a sei:

  • 7, 1-40 –   Matrimonio e verginità:

Bontà di matrimonio

Rimanere nella propria condizione

Le vergini

  • 8, 1-11,1 –            Gli Idolotiti:

La conoscenza e l’amore

L’esempio di Paolo

L’esempio degli atleti

L’esempio di Israele

Indicazioni pratiche

  • 11, 2-14, 40 –       Le Assemblee
  • 11, 2-16 – L’abbigliamento delle donne
  • 11, 17-34 –           Il convito eucaristico

La Cena del Signore

  • 12, 1-14, 40 –       I doni dello Spirito Santo
  • 12, 1-31 –  Origine e scopo dei carismi

La Chiesa corpo di Cristo

  • 13, 1-31 –  Il carisma più grande
  • 14, 1-40 – Direttive sull’esercizio dei carismi

Donne nelle assemblee

  • 15, 1-58 – La Risurrezione di Cristo e la risurrezione dei cristiani
  • 15, 1-11 –  La Risurrezione di Gesù
  • 15, 12-34 –           La risurrezione dei credenti

Altri argomenti

  • 15, 35-58 –           Come risorgono i morti
  • 16, 1-24 – Epilogo
  • 16, 1-4 –               Coletta
  • 16, 5-12 – Notizie personali
  • 16, 13-24 –           Esortazione e saluti

La prima questione riguarda le relazioni sessuali nel matrimonio. Tanto negli ambienti pagani che presso i Giudei era opinione diffusa, che l’astinenza sessuale, in una certa misura contribuisse a migliorare la relazione con Dio o con gli dèi. I fedeli e i sacerdoti di alcune divinità, osservavano delle regole di purezza sessuale in occasione di feste o di atti di culto. I filosofi stessi la raccomandavano come esercizio di controllo di sé e gli atleti la praticavano nella convinzione che il risparmio delle loro forze virili migliorasse le loro prestazioni. I Corinzi si trovano un po’ disorientati e non hanno le idee chiare sulle esigenze della vita cristiana a proposito della vita matrimoniale e sessuale. Paolo risponde in modo schematico e preciso, distinguendo bene i vari casi e le fonti dell’insegnamento.

Paolo dice innanzi tutto che l’astinenza resta senza dubbio la via migliore, ma aggiunge subito che le relazioni coniugali all’interno della coppia sono una cosa buona, perché salvaguardano gli sposi dall’infedeltà e dal vizio. L’intenzione di Paolo è di normalizzare le relazioni sessuati tra coniugi.

Ai non sposati e alle vedove Paolo dà il medesimo consiglio: “E’ meglio sposarsi che ardere” (7,9). Subito dopo tuttavia egli porta il dibattito sul piano più elevato delle motivazioni profonde. La conversione alla fede in Cristo non deve farci uscire dal mondo. “Ciascuno rimanga nella situazione in cui era quando fu chiamato” (7,20). I cristiani sono chiamati a una libertà che non deve essere confusa con la licenza dei costumi. Le situazioni sociali vengono ribaltate in questa bella formula: “Lo schiavo che è stato chiamato nel Signore, è un libero affrancato del Signore! Similmente chi è stato chiamato da libero, è schiavo di Cristo” (7,22). Tale è la dottrina che Paolo insegna a tutte le Chiese e in tutti i casi, anche nel caso di coppie cristiane che abbiano deciso di vivere insieme un legame spirituale senza rapporti coniugali. Paolo non intende né approvare né disapprovare questa pratica. La dottrina resta la stessa per tutti: la vita cristiana non consiste nel vivere in un ascetismo artificiale, ma nel santificare la condizione di vita nella quale ci si trova.

Seguendo l’ordine delle questioni postegli dai Corinzi, Paolo arriva alla seguente: si possono mangiare le carni sacrificate agli idoli, chiamate “idolotiti”? Bisogna sapere che anticamente le carni che avanzavano dalla spartizione che avveniva tra il sacerdote e i fedeli nei sacrifici d’animali offerti alle divinità, venivano immesse sul mercato e vendute. Queste carni potevano essere liberamente acquistate e c’era il rischio che nei pranzi quotidiani ci si trovasse davanti a questo tipo di alimento. Il problema è molto fine, perché mette in contrapposizione la coscienza del singolo ed il rispetto delle convinzioni altrui.

Lo schema del discorso di Paolo:

  • La conoscenza e l’amore
  • L’esempio di Paolo
  • L’esempio degli atleti
  • L’esempio di Israele
  • Indicazioni pratiche

La risposta di Paolo è diretta, ed è: sì, perché gli idoli sono nulla. Egli mette tuttavia in guardia i Corinzi perché non scandalizzino il fratello che non fosse in grado di comprendere questo atteggiamento. Non si deve rischiare di far cadere un fratello in peccato.

Con questo consiglio, Paolo coglie l’occasione per citare il suo esempio. Anch’egli a Corinto ha rinunciato ai suoi diritti di apostolo, rinunciando a vivere a spese della comunità; ha lavorato per guadagnarsi da vivere e le Chiese della Macedonia lo hanno aiutato. Ha preferito farsi debole tra i deboli, per non esporsi alle critiche. Anche gli atleti, si sottomettono a una disciplina severa per non essere eliminati nelle competizioni: i Corinzi conoscono bene le esigenze dello sport.

E nella storia del popolo ebraico, durante la traversata del deserto, tra l’uscita dall’Egitto e l’ingresso nella Terra Promessa, vi sono state delle eliminazioni. I nostri Padri, dice Paolo, non sono arrivati tutti alla méta, perché Dio non si compiacque delle loro azioni. Quindi, la salvezza non è una conquista fatta una volta per sempre: ma il dono divino della salvezza, deve essere vissuto in modo coerente dai credenti. “Chi crede di stare in piedi, badi dunque di non cadere” (10,12): la presunzione della sapienza rischia di rovinare qualche cristiano di Corinto, troppo sicuro di essere dalla parte giusta.

Quindi, per il rispetto della coscienza debole, anche se non è male mangiare quella carne, è meglio astenersene.

Paolo affronta poi un’altra questione, quella delle tradizioni della Chiesa e di abusi che si commettono nelle riunioni liturgiche:

  • Il comportamento e l’abbigliamento delle donne;
  • La celebrazione della Cena del Signore.

Alcune donne hanno pregato a capo scoperto nell’assemblea cristiana. Non è la tradizione, che Paolo ha insegnato, ed ora la motiva con alcune argomentazioni teologiche. E’ questo uno degli aspetti più deboli di tutto l’epistolario paolino, in cui rischiano di confondersi le abitudini culturali con i fondamenti della fede.

L’altra questione è molto più importante. Nelle celebrazioni eucaristiche ci sono delle divisioni: secondo l’antica abitudine, l’Eucaristia era celebrata all’interno di una vera e propria cena, che ogni fedele portava per sé da casa e poi condivideva con gli altri; ma a Corinto, invece, alcuni banchettavano fino all’ubriachezza, mentre altri più poveri erano costretti a digiunare. Paolo contesta aspramente questa prassi, e racconta la Cena del Signore con le parole dell’Istituzione: è questo il solo racconto evangelico presente in tutte le sue lettere. La Cena del Signore, insegna l’apostolo, è innanzitutto il luogo della comunione tra i fratelli e della condivisione: deve dunque essere una vera condivisione. L’Eucarestia è il luogo dell’autentico riconoscimento del Signore: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice voi annunziate la morte del Signore”, tutto il suo mistero. Quindi la Cena del Signore deve dare forma e significato autentico a tutta la vita cristiana. Una celebrazione senza coerenza esistenziale è più dannosa che utile.

Al cap. 12 Paolo affronta la trattazione di un altro spinoso argomento: i doni dello Spirito. Nella loro diversità devono contribuire all’unità del corpo, perché noi siamo le membra di Cristo, che è come un corpo animato dallo Spirito.

  • Primo criterio fondamentale: Gesù è Signore;
  •  Diversità di doni in un unico corpo;
  •  Secondo criterio fondamentale: l’amore;
  •  Regole pratiche applicate a glossolalia e profezia.

Nella Chiesa tutte le funzioni – essere apostolo, essere profeta, insegnare, fare miracoli, guarire, parlare le lingue – culminano nell’amore fraterno che è la più alta. L’ “agape”, (la carità di Dio) è il criterio sommo di ogni azione ecclesiale ed il dono principale, che Dio fa ai suoi fedeli: questo è il carisma che bisogna maggiormente desiderare.

Per l’organizzazione pratica delle celebrazioni, di fronte ad evidenti abusi del fenomeno della glossolalia, Paolo desidera che nelle assemblee della comunità sia data la priorità alla profezia piuttosto che alla facoltà di parlare le lingue. Se un uomo o una donna parlano ispirati dallo Spirito per proclamare il mistero di Dio e rendere grazie, parlino a edificazione degli altri in modo che tutti capiscano. Solo in questo caso si può dire «Amen» alla preghiera, con la partecipazione del sentimento, ma anche dell’intelligenza. E se un non credente entra in una assemblea cristiana, il profondo del suo cuore può essere svelato, in modo che adori e riconosca che “veramente Dio è fra voi” (14,25).

L’ultimo grande argomento che Paolo affronta è una questione dottrinale di primaria importanza: la risurrezione dei morti.

  • La Risurrezione di Cristo;
  • Dalla risurrezione di Cristo a quella dei cristiani;
  • Apocalisse cristiana;
  • Argomenti supplementari;
  • Il modo della risurrezione;
  • Come risorgono i morti.

L’apostolo inizia riproponendo l’annunzio fondamentale della fede cristiana, il nucleo del Vangelo che egli ha predicato a Corinto, quando ha fondato la chiesa, e che egli stesso ha ricevuto dalla tradizione apostolica quando è venuto alla fede: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici” (15,3-5). Su questo fondamento poggia tutta la fede cristiana: da esso derivano in modo coerente le conseguenze per la vita dei singoli.

Quindi, dice Paolo, se crediamo con assoluta certezza che Cristo è risuscitato dai morti, allora è incoerente negare la risurrezione dei morti. Non è molto importante che Cristo sia risorto, se per noi non esiste risurrezione; tutta la fede cristiana diventa insignificante, se si nega la possibilità della risurrezione: “Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (15,13-14).

Paolo previene quindi un’obiezione di qualcuno sul modo della risurrezione e sul tipo di corpo che i risorti avranno. Per uomini di mentalità greca, che disprezzavano la materialità corporea come prigione dell’anima, suonava molto difficile l’annuncio tipicamente semitica della “risurrezione della carne”: ad Atene proprio questo era stato lo scoglio che aveva fatto fallire la predicazione di Paolo (cfr. At 17,31-32). Ora l’apostolo riafferma con forza il fatto della risurrezione, ma dice che il modo non spiegabile, giacché si tratta di una nuova creazione, legata all’assoluta novità di Dio, che la mente umana non può assolutamente concepire. Dal seme alla pianta che ne nasce la differenza è molta: eppure fra i due c’è uno sviluppo organico. Per sapere quale pianta nascerà da un seme, l’unico sistema è quello di piantare il seme e di aspettare. Osservando il seme non è possibile immagine quale tipo di pianta ne verrà fuori: così ragionando sul nostro corpo attuale, è impossibile intuire come saremo nella risurrezione.

Come Dio ha creato l’uomo facendo di lui “un essere vivente” (Gn 2,7), così Dio ci farà entrare nel suo mondo attraverso una nuova creazione mediante lo Spirito Santo. Creando Adamo, Dio ha creato l’umanità mortale, l’uomo terrestre; risuscitando Cristo, Dio ci ha dato la primizia dell’umanità nuova, l’uomo celeste. “E’ necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità” (15,53).

Paolo aggiunge poi un cenno alla colletta che si sta preparando per la Chiesa di Gerusalemme (16,1-4). Le indicazioni che offre sono molto precise: ogni primo giorno della settimana, cioè ogni domenica, durante la celebrazione eucaristica si raccolga ciò, che ciascuno ha messo da parte per aiutare i fratelli che sono nell’indigenza. Quando poi l’apostolo giungerà a Corinto, potrà ritirare la somma raccolta e farla avere ai cristiani di Giudea, vittime di una grave carestia.

Dopo aver accennato ad alcune prospettive di viaggi (16,5-12), la lettera termina con brevi raccomandazioni (16,13-20) e saluti (16,21-24). Paolo stesso aggiunge l’augurio finale di proprio pugno: “Il saluto è di mia mano, di Paolo. Se qualcuno non ama il Signore sia anàtema. Marana tha: vieni, o Signore! La grazia del Signore Gesù sia con voi. Il mio amore con tutti voi in Cristo Gesù” (16,21-24). Parole che scaturiscono dal cuore dell’apostolo, con tono dolce e forte insieme. La formula aramaica (Marana tha, cioè: Signore vieni) denota la tensione al futuro ed il desiderio forte di incontro con il Cristo che caratterizzava l’antica celebrazione liturgica.

Termina così questa lunga prima lettera ai Corinzi, o piuttosto questa serie di messaggi di Paolo ai suoi amici di Corinto. Si è messo a disposizione dei loro problemi, dando ogni volta una risposta evangelica, cioè una risposta concreta ispirata agli insegnamenti di Gesù Cristo, rifacendosi ad un principio che Paolo esprime così: “Dio non è un Dio di disordine, ma di pace” (1 Cor 14,33). In questa fase delle sue relazioni con i cristiani di Corinto, nel desiderio di risolvere la loro crisi di crescita, il cuore dell’Apostolo è pieno di appassionato entusiasmo per l’edificazione della Chiesa.

Non possiamo certamente chiudere questa lettera soltanto in termini di una scritta amichevole oppure come una risposta e proposta ai problemi nati all’interno della comunità. Dobbiamo dare anche un certo spessore apologetico e un adeguato l’orizzonte teologico[29].

ORIENTAMENTI TEOLOGICI

Di fronte a tante questioni di carattere pratico e comportamentale[30]: divisioni in seno alla chiesa corinzia, manifestazioni di disinvoltura libertaria in campo sessuale, socio-religioso e assembleare, iniziative giudiziarie pregiudicatrici di rapporti fraterni tra credenti, altre derivanti da tendenze encratistiche (c. 7), da fenomeni spirituali i estatico-glossolalici, infine di puro stampo dogmatico come la risurrezione dei morti (c. 15), emergono come abbozzo o come un orientamento delle questioni teologiche.

Il primo è l’annuncio evangelico, della theologia crucis, nella quale Paolo ritrova una potenza nella sapienza di Dio (1, 17-2, 5). In conseguenza costruisce il ruolo del portatore della parola – diakonos – incaricato da Cristo (3, 5), collaboratore di Dio (3, 9) ministro di Cristo e amministratore dei misteri di Dio (4, 1). È un l’annuncio di una teologia di timbro staurologico, cioè sotto il segno della croce, con la sua valenza simbolica di paradossale espressione antitetica di debolezza – forza, insensatezza – sapienza, disonore – gloria. Sottolinea Barbaglio: “non dimenticando che il kerigma trova la sua naturale continuazione nella parola profetica capace di sondare le profondità del mistero del Dio di Gesù Cristo, perché originata da un conoscere apocalittico, ottenuto per rivelazione divina mediante lo Spirito (2, 6-16)”.

Il secondo è il tema ecclesiologico, cioè il sentirsi chiesa, la sua identità che è un “acquisto” per grazia (5, 7 e 6, 11). Secondo Paolo essa è una comunità di santi e di giusti, separata dallo spazio umano dominato dall’immoralità e dall’ingiustizia, aggregazione di fratelli capaci di comporre pacificamente all’interno i loro inevitabili contrasti d’interessi materiali.

Il terzo è interessante riflessione antropologica. Di fronte alle licenziosità sessuale praticata dai credenti, Paolo presenta i chiari lineamenti di un’antropologia somatica: l’uomo è corpo, cioè campo di una comunicazione personale e interpersonale, un’identità intaccata da rapporti sessuali e da appartenenze alternative a quella esclusiva del credente con Cristo e con lo Spirito di Dio (6, 13). Sottolinea: il corpo è il tempio dello Spirito Santo e l’uomo ha il compito di vivere la vocazione divina nello specifico carisma ricevuto dal Signore. È una antropologia di marca escatologica: “il tempo si è contratto. Dunque quelli che hanno mogli siano come se non le avessero (…) Infatti sta passando la figura di questo mondo” (7, 29-31).

Da qui trae un’altra riflessione circa la vocazione. Paolo insegna di accettare il carisma ricevuto da Dio e viverlo in spirito in riferimento a Cristo, sempre in una prospettiva escatologica.

Quarto tema teologico è la Chiesa di Cristo e la vita della comunità di fronte al culto idolatrico, cioè dei partecipanti uniti alla morte di Cristo sotto il segno del mangiare lo stesso pane e bere lo stesso calice. Questi partecipanti costruiscono lo stesso corpo che è la chiesa, il corpo di Cristo. Per Paolo i partecipanti alla Eucarestia sono gli associati allo stesso corpo, le sacramentaria una efficace partecipazione alla morte del Signore e motivo dell’unità ecclesiale e centro di aggregazione comunitaria. La partecipazione sacramentale non è un affare di singoli individui, ma (10, 14-22), sacramento, nello stesso tempo, della morte di Cristo risorto e della solidarietà di gruppo. La Cena del Signore secondo Paolo non è scindibile da comunità solidale nel mangiare e bere. L’ecclesiologia di Paolo difende un costume necessario per mantenere una netta separazione tra maschi e femmine e cosi evitare pericolose confusioni di sesso. Commenta Barbaglio: “per creazione l’uomo è immagine di Dio e la donna gloria dell’uomo; a ognuno dunque la propria distinta identità sessuale, che deve apparire anche nell’abbigliamento da tenere nelle riunioni comunitarie”[31].

Nell’abbozzo di pneumatologia ricca di valenze ecclesiologiche e cristologiche, Paolo mostra dinamismo dei carismi nella edificazione del corpo di Cristo. Con chiarezza scrive che questi doni di Dio hanno il compito di portare alla fede e alla confessione che Cristo è il Signore (12, 2-3).

Dal lato dottrinale più importante è senz’altro il capitolo 15. Nella armonia della dottrina soteriologico-escatologico-cristologica del Regno di Dio, parla della speranza cristiana. Nel regno di Dio, Cristo non è solo il vincitore della morte e “nuovo Adamo”, ma anche “spirito vivificante”, è principio attivo di risurrezione per i credenti. In questa prospettiva insegna che per tutti i credenti in Lui è prototipo a immagine del quale i corpi dei suoi seguaci saranno trasformati.

CONCLUSIONI

Come si evince da questo schema riassuntivo, la Prima Lettera ai Corinzi presenta il quadro vivo e realistico della situazione interna di una delle prime e più vivaci comunità cristiane. Descrive bene sia l’incontro della fede in Cristo con una delle più importanti capitali del paganesimo, sia la complessità dei problemi delicati che sorgono e angustiano l’animo dei primi credenti. Secondo Deissmann la lettera ai Corinzi è soprattutto un frutto di un scambio di comunicazione con i destinatari. Non è comunque una semplice parola famigliare tra amici o conoscenti, ma piena di interventi autorevoli sui problemi di natura spirituale e comunitaria[32]. Non è una lettera di spessore dottrinale eccetto cap. 15 dove Paolo usa una cetra dottrina ma allo scopo funzionale, a servizio di interessi e intenti pratici[33].

Secondo Barbaglio[34], la lettera è pragmatica, perché Paolo parla alla volontà e al cuore dei suoi interlocutori. Paolo esorta (1, 10; 4, 16; 16, 15), ammonisce (4, 12; 10, 11), svergogna i destinatari (6, 5), ricorre ai toni minacciosi ((3, 10; 8, 9; 10, 12), comanda (11, 17; 7, 17), spesso usando imperativi. Il tono della lettera è piena di preoccupazioni difronte ai comportamenti e atteggiamenti negativi: divisioni pratiche (1-4) in ambito eucaristico (11, 17-34),  e le citazioni in tribunale (6, 1-11), immoralità (6, 12-20) e comportamenti disinvolti delle carismatiche (11, 2-16) – affinché i carismi nella comunità, vengono uniti al servizio della Carità.

Dalla lettera emerge un geniale teologo e vivace scrittore epistolare ma non possiamo dimenticare che è un uomo di azione[35]. Sarebbe ingiusto chiuderlo nel ruolo di pensatore, che pure era. Il meglio di sé l’ha certamente dato nel campo della missione cristiana, tanto che la sua teologia è teologia missionaria applicata ai vitali problemi dell’annuncio evangelico e dell’esistenza delle comunità letta nella luce della “potenza di Dio e sapienza di Dio”.


[1] F. MOSETTO, Lettere di San Paolo. Vol. 1 Lettere ai Tessalonicesi, Lettere ai Corinzi, Elledici, Torino 2011, 20.

[2] G. BARBAGLIO, La prima lettera ai Corinzi, EDB 1996, 15-22.

[3] Ibid., 16.

[4] J. MURPHY-O’CONNOR, La teologia della seconda lettera ai Corinzi, Paideia Editrice, Brescia 1993, 15-19.

[5] J. MURPHY-O’CONNOR, op. cit.,17.

[6] J. MURPHY-O’CONNOR, op. cit.,17.

[7] Ibid.,, 22.

[8] Ibid., 22.

[9] J. MURPHY-O’CONNOR cita R. E. Hock, il quale sostiene che a Corinto i parassiti non erano ben accetti ed l’Apostolo non voleva che la disponibilità ad ascoltare la sua predicazione fosse condizionata dall’accettazione di un onere finanziario (1 Cor 9, 1-18)

[10] Ibid., 23.

[11] Ibid., 26.

[12] Cfr. THEISSEN, La stratificazione, 210-211.

[13] Cfr. G. BARBAGLIO, La prima lettera ai Corinzi, 26.

[14] Cfr. THEISSEN, CLARKE, Secular, 46-56.

[15] G. BARBAGLIO, La prima lettera ai Corinzi, op. cit., 24.

[16] Ibid., 43.

[17] Ibid., 45.

[18] Ibid., 47.

[19] Ibid., 43.

[20] Es. DE LA SERNA, The Composition, 230-231; DE BOER………

[21] G. BARBAGLIO, Paolo di Tarso e le origini cristiane, Cittadela editrice, Assisi 19892, 22-33.

[22] G. BARBAGLIO, La prima lettera ai Corinzi, 43.

[23] Ibid., 44.

[24] MURPHY-O’CONNOR.

[25] F. MOSETTO, op. cit., 102.

[26] G. BARBAGLIO, La prima lettera ai Corinzi, 49.

[27] Ibid.

[28] Ibid., 43

[29] Ibid., 50-64.

[30] F. MOSETTO, op. cit.,103. 

[31] Ibid., 64.

[32] Ibid., 49.

[33] Ibid., 50.

[34] Ibid., 64.

[35] G. BARBAGLIO, Paolo di Tarso e le origini cristiane, 83.