Fratello, sorella, per ogni cristiano la preghiera è un dovere essenziale, ma per te è radicale. Essa è la tua funzione nella chiesa. Fratello, sorella, non dimenticare: non devi preferire nulla alla preghiera del tuo Dio. La preghiera sarà innanzitutto comunitaria: essa avviene negli uffici del mattino e della sera e di mezzogiorno. In essa tu ascolterai la Parola, loderai il tuo Signore e pregherai per gli uomini coi tuoi fratelli e le tue sorelle.

Primi giovedì del mese

Nella Cappella delle Suore Simmatine alle ore 21.00 celebriamo la Lectio Divina. Con il testo della Sacra Scrittura nella mano ci troviamo insieme a scrutare le nostre anime per entrare dentro se stessi, per incontrare Dio nei nostri cuori e sopratutto per ascoltare la Sua Parola e stare nella Sua presenza.

Cosa è la Lectio Divina? Spiegazione di questo bellissimo modo di leggere ed ascoltare la Voce di Dio ci danno i maestri di questa arte spirituale – le comunità carmelitane:

“La Bibbia è la Parola di Dio sempre viva e nuova. La Lectio Divina è un modo tradizionale di pregare la Sacra Scrittura così che la Parola di Dio possa penetrare i cuori ed essere in grado di crescere in una relazione intima col Signore. È un modo molto semplice di pregare, sviluppato e praticato dai primi monaci e così anche dai primi eremiti carmelitani. 

Per alcuni secoli leggere la Bibbia nella propria lingua fu quasi da scoraggiare e questo condusse ad una diminuzione nella pratica della Lectio Divina. Fortunatamente negli anni recenti, insieme a tutta la Chiesa, l’Ordine Carmelitano ha riscoperto l’importanza della Lectio Divina come un modo privilegiato per crescere nella relazione con Gesù Cristo. Attraverso la pratica individuale e comunitaria della Lectio Divina ci disponiamo alla Parola di Dio in modo da poter guardare verso il mondo con gli occhi di Dio e amare ciò che vediamo con il cuore di Dio.

L’espressione latina Lectio Divina significa lettura divina e descrive il modo di leggere la Sacra Scrittura: allontanarsi gradualmente dai propri schemi e aprirsi a ciò che Dio vuole dirci. Nel secolo XII, un monaco certosino, chiamato Guigo, descrisse le tappe più importanti della lettura divina. La pratica individuale o in gruppo della Lectio Divina può assumere diverse forme ma la descrizione di Guigo rimane sempre fondamentale.

Guigo scrisse che il primo gradino di questa forma di preghiera è la lectio (lettura). È il momento nel quale leggiamo la Parola di Dio lentamente e attentamente così che penetri dentro di noi. Per questa forma di preghiera può essere scelto un qualunque breve brano della Sacra Scrittura.

Il secondo gradino è la meditatio (meditazione). Durante questa tappa si riflette e si rimugina il testo biblico affinché prendiamo da esso quello che Dio vuole darci.

Il terzo gradino è la oratio (preghiera), è il momento di lasciare da parte il nostro modo di pensare e permettere al nostro cuore di parlare con Dio. La nostra preghiera è ispirata dalla nostra riflessione sulla Parola di Dio.

L’ultima tappa della Lectio è la contemplatio (contemplazione), nel quale abbandoniamo totalmente a parole e pensieri santi. È il momento nel quale noi semplicemente riposiamo nella Parola di Dio e ascoltiamo, nel livello più profondo del nostro essere, la voce di Dio che parla dentro di noi.Mentre ascoltiamo, siamo gradualmente trasformati dal di dentro. Evidentemente, questa trasformazione avrà un effetto profondo sul nostro comportamento e, da come viviamo, si testimonia l’autenticità della nostra preghiera. Dobbiamo applicare alla nostra vita quotidiana ciò che leggiamo nella Parola di Dio.

Queste tappe della Lectio Divina non sono regole fisse nel procedere ma semplicemente orientamenti su come normalmente si sviluppa la preghiera. Si cerca una maggiore semplicità e disposizione ad ascoltare e non a parlare. Gradualmente le parole della Sacra Scrittura incominciano a liberarsi e la Parola si rivela davanti agli occhi del nostro cuore. Il tempo dedicato ad ogni tappa dipende da come la Lectio Divina è adoperata se individualmente oppure in gruppo. Se il metodo viene adoperato per la preghiera di gruppo, è evidente che sarà necessaria una minima struttura. Nella preghiera in gruppo la Lectio Divina può permettere la discussione delle implicazioni della Parola di Dio per la vita quotidiana ma non deve ridursi a questo. La preghiera tende più verso il silenzio. Se il gruppo si sente portato più al silenzio, allora si può dedicare più tempo alla contemplazione.

Per molti secoli la pratica della Lectio Divina, come modo di pregare la Sacra Scrittura, è stata fonte di crescita nella relazione con Cristo. Nei nostri giorni sono molti gli individui e i gruppi che stanno riscoprendola. La Parola di Dio è viva ed attiva, e trasformerà ciascuno di noi se noi ci apriamo a ricevere ciò che Dio vuole darci.   fonte: The Carmelite Web Site 

I venerdì del mese

Se un’anima vuol trovare Gesù, basta che vada in una chiesa e là troverà il suo diletto che l’aspetta. Non c’è paese per piccolo che sia, non c’è monastero o convento che non tenga il SS. Sacramento. E in tutti questi luoghi il Re del cielo se ne sta chiuso in un tabernacolo, dove spesso resta solo, senza alcuna compagnia, salvo una lampada ad olio. «Ma Signore, dice S. Bernardo, ciò non conviene alla tua maestà». «Non importa, risponde Gesù, va bene per il mio amore».

Tutti i primi venerdì del mese il parroco insieme con i ministri straordinari dell’eucarestia vanno per le case dei nostri cari ammalati e fermi a portare Gesù Eucarestia che ci esorta: “Venite tutti a me”. Tra tutte le azioni di misericordia corporale, quella di visitare i malati appare la più attestata nella storia del cristianesimo, anche perché tutte le altre azioni solitamente sono rivolte a corpi di uomini e donne che non fanno parte della propria famiglia, mentre visitare, curare e assistere i malati è un’azione che prima o poi tocca a ognuno di noi, almeno nei confronti di quelli legati a noi da parentela o con i quali viviamo. Tuttavia visitare i malati resta un’azione difficile, faticosa, sovente oggi tralasciata per molte ragioni che sembrano esonerarci dalla concreta azione, corpo a corpo, nei loro confronti.

Se uno soffre, io che sono umano come lui e che conosco o conoscerò la sofferenza, devo assolutamente assumere verso di lui la responsabilità di farmi prossimo, di curarlo per quanto so, di assisterlo, di non lasciarlo solo e anche di accompagnarlo fino alla morte. Di fatto c’è in ciascuno di noi un sentimento profondo che nasce dalle nostre viscere: la com-passione. Accanto a chi soffre siamo colpiti alle viscere, fremiamo e soffriamo, con-soffriamo. Per restare insensibili di fronte alla malattia dell’altro, occorre non guardare, passare oltre, non fermarsi, oppure avere un cuore talmente indurito da saper pensare solo a se stessi. La compassione è istintiva, abita tutti gli uomini e le donne nel cammino di umanizzazione, è un comportamento che vediamo anche negli animali, almeno nei mammiferi, verso i loro piccoli e i loro simili. Il Signore però ci chiede non solo compassione ma anche misericordia, che è un impegno volontario, scelto e assunto per l’altro, per la sua salute e la sua vita. Un impegno che non si limita ai consanguinei, a quelli che amiamo, ma che deve dilatarsi e raggiungere anche chi è lontano da me, dalla mia fede, dalla mia cultura, dalla mia simpatia. Perché la misericordia non è un’emozione o un tratto del carattere, ma è un’assunzione di responsabilità fino a un concreto impegno verso gli altri, fossero anche lontani, estranei o nemici: quando accade la prossimità, l’incontro, nessuno può sottrarsi all’azione di misericordia, nel nostro caso all’assistere il malato.
Le sante Scritture già nell’Antico Testamento chiedono di unire l’osservanza della volontà di Dio alla cura del malato e di chi è nel bisogno, in particolare gli orfani e le vedove. Nel salmo 41 (40) si proclama “beato l’uomo che ha cura del debole” (v. 2) e “discerne il povero” (v. 2 LXX), perché sarà ripagato dal Signore quando giungerà il suo giorno cattivo: il Signore lo sosterrà nella sua malattia e addirittura “gli rifarà il letto in cui egli languisce” (v. 4: sic!). Il malato invoca il Signore nella sua malattia, chiede la guarigione, assume la responsabilità dei suoi peccati, ma attende anche dagli umani dei segni di attenzione, di amore, di cura: questo non è forse l’amore da parte del prossimo che ognuno attende? Ecco perché il libro del Siracide attesta la necessità della visita al malato: “Non esitare a visitare gli ammalati, perché proprio per questa azione sarai amato” (Sir 7,35). E rabbi Aqiva all’inizio del II secolo affermava: “Se qualcuno non visita un malato, è come se versasse sangue, se gli togliesse la vita” (Talmud di Babilonia, Nedarim 40a).
Nei vangeli, poi, come non essere stupiti dal fatto che l’attività di Gesù è essenzialmente di cura e di guarigione dalle malattie? “Conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li curava” (Mt 4,24). Gesù appare come “il guaritore ferito” perché, dedito alla cura, soffre con i malati che incontra, combatte contro il male, invita il malato ad avere fede-fiducia e a mettersi sulla strada della guarigione, assumendo la volontà di guarire nella fedeltà alla terra e nel ringraziamento a Dio. Gesù si accostava al malato come luogo in cui Dio era presente, secondo il pensiero dei rabbini suoi contemporanei che affermavano: “Dove c’è un malato, il suo letto diventa il luogo della Shekinà, della Presenza di Dio”. Ma Gesù si identificava pure con il malato: “Ero malato e mi avete visitato” (Mt 25,36). Comprendiamo così il malato come il povero: sacramento di Cristo perché in lui, colpito da sofferenza, c’è “l’uomo dei dolori che ben conosce il patire … Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; eppure noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato” (Is 53,3-4). Girolamo nella Vulgata arrivare a tradurre con audacia: “E noi lo abbiamo giudicato come un lebbroso” (Et nos putavimus eum quasi leprosum). Sì, Gesù è colui
che cura (therapeúein, 36 volte nei vangeli con Gesù come soggetto);
che guarisce (iâsthai, 19 volte); che è ferito fino alla morte, fino a portare per sempre impressi i segni della sofferenza, le stigmate della passione, anche nel suo corpo glorioso e risorto (cf. Lc 24,39-40; Gv 20,20.27).

Chi desidera che il parroco venga a trovare il malato/a basta che si rivolge a Lui e chieda di venire.  

Come conclusione della giornata dalle Suore ci ritroviamo alle ore 17.30 per celebrare l’adorazione eucaristica e insieme recitare il s. rosario, vespri e alla fine la s. Messa.

Rosario vivente

Nel 1826, con la sua consueta intuizione e il suo senso dell’organizzazione, Pauline divise la recita del Rosario tra alcuni gruppi di 15 persone o “associati”, in onore dei misteri; ogni persona si impegnava a recitare una DECINA AL GIORNO, meditando su uno dei misteri della vita di Nostro Signore. Questo mistero era scelto a caso ogni mese nel corso della riunione mensile. Il gruppo dei quindici recitava così ogni giorno un Rosario intero; tutti i misteri erano meditati a turno. Una Zelatrice era responsabile di un gruppo.

Ogni persona s’impegnava inoltre a reclutare un nuovo membro in tutte le classe sociali e a versare una piccola somma annuale per la diffusione dei buoni libri.

Pauline invitava a formare delle quindicine, ognuna delle quali era formata:

“Dal buono, dal mediocre e da qualche altra persona che ha soltanto della buona volontà… Quindici carboni, uno solo è acceso, tre o quattro lo sono a metà, gli altri no. Avvicinateli e avrete un braciere”

Gli Associati costituivano così, attraverso la solidarietà dei Misteri meditati, una catena di preghiere e formavano con l’unione dei cuori una grande famiglia spirituale.

“Che felicità essere uniti a delle anime così buone! Quanto è bella questa carità che fa di una moltitudine di persone di ogni età, di ogni condizione e di ogni Paese una sola famiglia della quale Maria è la Madre”

È Pauline stessa che lo chiamerà il Rosario Vivente. Gli Associati erano legati invisibilmente ma realmente nel Rosario recitato quotidianamente, per le intenzioni universali del Papa, per l’evangelizzazione dei popoli, per la conversione dei peccatori e la conservazione della fede nella Chiesa.

“Il Rosario Vivente, questa corona di Maria, ci rende un solo sebbene noi siamo tanti, così come una rosa ha molti petali, un’aiuola molte rose e un giardino molte aiuole.”

Il gruppo si moltiplicò in Francia, poi nel mondo. Nel 1834 il Rosario Vivente contava più di un milione di aderenti in Francia. Pauline poté scrivere:

“Le decine continuano a moltiplicarsi […]. Tra poco saremo uniti in preghiera con tutto il mondo”

Pauline ricevette l’appoggio dei Papi che affidarono il Rosario Vivente alla famiglia dominicana. Pauline garantirà lo sviluppo internazionale dell’opera a partire dalla sua casa di Loreto e fino alla sua morte nel 1862.

Oggi, nel mondo, si continua a pregare il Rosario in diversi modi, nelle congregazioni religiose, nelle parrocchie, nei movimenti di spiritualità, nelle associazioni mariane e nei luoghi di pellegrinaggio. (testo tratto dal www.http://paulinejaricot.org/it/le-rosaire-vivant/)

Anche la Nostra Comunità fa parte di questo multinazionale movimento di preghiera. In questo momento abbiamo costruito un cerchio (15 persone) che pregano per la Chiesa e tuta la nostra Parrocchia.

Chiunque fosse interessato di entrare nel movimento del Rosario Vivente può rivolgersi al Parroco.

Santo Rosario 

Una bellissima testimonianza di Sr. HORTENCE NAKHLEH, s.r.j. Superiora Suore del Rosario racconta il motivo di recitare questa preghiera tutti i giorni: “Noi, Suore del Rosario, mentre recitiamo la preghiera del Santo Rosario, accompagniamo davvero Gesù in tutte le fasi della sua vita: dall’Annunciazione; fino alla crocifissione, poi alla risurrezione; fino alla discesa dello Spirito Santo. Siamo fondamentalmente consacrate alla Vergine Maria, la Regina del Rosario. Il mondo intero prega per la pace, per evitare gli orrori delle guerre, per la fermezza della Chiesa “.

Durante il mese di ottobre, secondo una esplicita richiesta di Papa Francesco, tutti i fedeli nel mondo sono uniti in comunione e in penitenza, come popolo di Dio, per chiedere alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, il principale artefice della divisione tra gli uomini e con Dio, e di renderla al tempo stesso sempre più consapevole delle colpe, degli errori e degli abusi commessi nel presente e nel passato.

L’invito è quello di concludere la recita del Rosario con l’antica invocazione “Sub Tuum Praesidium” – che recita:

“Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine Gloriosa e Benedetta”

– e con la preghiera a San Michele Arcangelo, composta da Leone XIII, che dice, tra l’altro: “San Michele Arcangelo, difendici nella lotta: sii il nostro aiuto contro la malvagità e le insidie del demonio”.

Preghiera alla Madonna del Rosario

Tu, che “hai amato Gesù Cristo più di ogni altra cosa sulla terra“, intercedi per noi, perché, seguendo il tuo esempio, possiamo impegnarci profondamente per conoscere e amare il Cristo attraverso i misteri del rosario.

Per essere fedeli alla missione, donaci questo stesso spirito d’audacia, di coraggio e di forza che ti animava. Noi ci impegneremo allora, al fianco di Maria, a proporre il Vangelo alle persone che ci sono vicine, del nostro quartiere, invitandole alla nostra preghiera del Rosario in squadra.

Intercedi per noi presso Cristo, perché Egli faccia bruciare i nostri cuori con il fuoco della sua carità, e perché, a nostra volta, possiamo accendere il mondo con questo fuoco che Egli è venuto ad accendere sulla terra. Amen.

Mese Mariano alla Pieve di s. Vittore

“L’arca dell’alleanza, vera dimora di Dio nel mondo non è fatta di legno, ma di carne e sangue. La Madonna ci invita ad essere anche noi dimora vivente per Dio nel mondo” (Benedetto XVI).

Tutte le sere di maggio alle ore 21.00 la comunità si incontra alla Pieve di s. Vittore per insieme con il Parroco pregare Madonna della Consolazione con la preghiera del rosario e altre antiche preghiere presenti e conosciuti da questo popolo.

PREGHIERE ALLA MADONNA DELLA CONSOLAZIONE

Sotto la Tua protezione veniamo a rifugiarci, S. Madre di Dio. Non respingere le preghiere che Ti rivolgiamo nelle nostre necessità, ma liberaci sempre da tutti i pericoli, Vergine gloriosa e benedetta.

Vergine SS., Madre di Immensa tenerezza, intercedi presso il Tuo divin Figlio, nostro Redentore, affinché possiamo liberarci dal peso del peccato, per vivere sempre del suo Spirito.

Vergine SS., modello di chi accoglie la Parola e la mette in pratica, aiutaci, perché possiamo ascoltare la Parola di Dio e viverla.

Vergine SS., e Madre premurosa, intercedi presso il Tuo divin Figlio, perché mandi il suo Spirito in aiuto alla nostra debolezza, affinché perseverando nella fede, cresciamo nell’amore e possiamo camminare insieme fino alla meta della beata speranza.

Santa Maria, soccorri i miseri, aiuta i deboli, conforta gli afflitti, prega per il popolo, intervieni per il clero, intercedi per le vergini consacrate; sentano la Tua protezione tutti quelli che Ti onorano. Amen.

Ci rivolgiamo a Te, o Vergine della Consolazione, muro inespugnabile e fortezza in cui si è salvi.

Disperdi i consigli del male, cambia in gioia il dolore del tuo popolo, fa sentire la Tua voce al mondo, fortifica chi ti è devoto, supplica il dono della pace sulla terra.

Accompagna con la Tua potente intercessione la nostra parrocchia di Rapolano, che Ti invoca come protettrice.

Tu sei, o Madre di Dio, la porta della nostra speranza.

Ti proclamiamo Beata, noi, genti di tutte le generazioni, o Vergine Consolata; in Te, Colui che supera ogni cosa, Cristo nostro Dio si è degnato di abitare.

Beati siamo noi, che abbiamo Te come nostra difesa, perché Tu intercedi notte e giorno per noi.

“Salve, o Piena di Grazia, il Signore è con Te”

Padre Nostro…

Ave Maria …

Gloria al Padre…