Introduzione

In questa ricerca vorrei presentare i due capitoli di una delle due lettere di San Paolo Apostolo ai Corinzi[1]. Più precisamente: i capitoli quinto e sesto della prima lettera che “mostra come Paolo metta a frutto nella pratica l’annuncio del crocifisso nell’edificazione della comunità”[2].

La prima epistola ai Corinzi è composta da cinque parti, l’oggetto della nostra ricerca, però, sarà solo la parte seconda, dove San Paolo mette in evidenza tre questioni, cioè: un caso di grave impudicizia, la pratica di ricorrere a processi davanti al giudice gentile e la frequentazione di prostitute. Infatti, trattando i capitoli quinto e sesto come unità intitolata “disordini giudiziari e immoralità sessuale nella comunità” si può individuare tre sottosezioni, cioè: tutto il capitolo quinto nel quale l’Apostolo descrive e giudica il caso scandaloso di una relazione incestuosa; poi, i primi undici versetti del capitolo seguente in cui l’Apostolo delle Genti valuta ricorsi ai tribunali pagani; e in fine gli ultimi nove versetti del sesto capitolo, là dove Paolo da Tarso riprende le questioni della sessualità[3].

Per raggiungere il nostro scopo divideremo il nostro lavoro su due parti (oltre quest’introduzione e le conclusioni) in cui rifletteremo sul corpo e sull’anima nel quinto capitolo (la prima parte) e in capitolo sesto (la seconda parte).

Parte prima

Corpo e anima nel capitolo quinto

Nella prima frazione della nostra ricerca vogliamo affrontare il tema del corpo e dell’anima nel quinto capitolo della prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi.

Prima che lo facciamo, dobbiamo descrivere in brevi parole il brano di cui stiamo trattando. Questo capitolo è composto da tredici versetti che ulteriormente possono essere spartiti fra sé[4]. La traduzione della Sacra Scrittura approvata dalla Conferenze Episcopale Italiana distingue due parti del discorso, dove versetti dal primo al quinto fanno il primo settore intitolato “un caso grave di immoralità”, seguenti versetti (dal sesto al tredicesimo) come un insieme sono intitolati “evitare i cattivi eventi”[5].

Proveremo a distinguere le quattro parti del discorso: exordium, propositio, probatio e peroratio.

Quanto ad exordium, lo fa il primo versetto: Ovunque si sente fra voi (parlare) di immoralità, e di tale immoralità che neppure tra i pagani (c’è), al punto di (la) moglie qualcuno del padre avere[6].

Propositio, invece, è la parte dal versetto terzo al quinto: Ebbene, io, assente con il corpo ma presente con lo spirito, ho già giudicato, come se fossi presente, colui che ha compiuto tale azione. Nel nome del Signore nostro Gesù, essendo radunati voi e il mio spirito insieme alla potenza del Signore nostro Gesù, questo individuo venga consegnato a Satana a rovina della carne, affinché lo spirito possa essere salvato nel giorno del Signore.

Probatio, cioè l’argomentazione, costruiscono tre versetti dal sesto all’ottavo[7].

Le parole, il comando: Togliete il malvagio di mezzo a voi[8], fanno l’ultima parte del discorso fatto nel capitolo quinto, cioè: peroratio, vuol dire la conclusione[9].

I versetti in cui si trovano le parole che ci interessano di più ce ne sono tre: Ebbene, io, assente con il corpo ma presente con lo spirito, ho già giudicato, come se fossi presente, colui che ha compiuto tale azione. Nel nome del Signore nostro Gesù, essendo radunati voi e il mio spirito, insieme alla potenza del Signore nostro Gesù, questo individuo venga consegnato a Satana a rovina della carne, affinché lo spirito possa essere salvato nel giorno del Signore[10]. Qui le parole “corpo”[11] e “carne”[12] sono usate ognuna una volta (vv. 3.5); la parola “spirito”[13], invece, tre volte (in tutti e tre versetti).

Il senso è chiaro, Paolo sottolinea la sua assenza fisica (essendo assente col corpo) in comunità cristiana di Corinto, vale a dire che in questo passo il corpo (soma) non significa nient’altro che la presenza o meno. A nostro parere questo sia stato motivo per cui F. Manzi ha deciso di dare la traduzione: Ebbene, io, fisicamente assente ma spiritualmente presente[14]. Presenza con lo spirito, allora, trascende l’assenza con il corpo e significa la comunione fraterna nel Signore. Ciò vale per l’usanza del lemma sia nel terzo che nel quarto versetto[15].

Dal nostro punto di vista, però, il più importante è il versetto quinto, che è la continuazione del versetto precedente. La sua importanza appare in almeno due gradi, cioè: qui San Paolo usa due termini che ci interessano (la carne, sarx[16]e lo spirito, pneuma) e, oltre questo, si riferisce alla scomunica come la conseguenza di un grande peccato.

Per quanto riguarda l’antropologia biblica è necessario sottolineare che “per il Nuovo Testamento come per il Vecchio Testamento, 1’uomo non viene inteso come composto di due elementi distinti: una «materia» (la carne o il corpo) e una «forma» (il corpo o l’anima), che lo anima; l’uomo è colto nell’unità del suo essere personale. Affermare che è carne, significa caratterizzarlo attraverso il suo aspetto esteriore, corporeo, terreno, attraverso ciò che gli consente di esprimersi attraverso questa carne che è il suo corpo e che caratterizza la persona umana nella sua condizione terrestre”[17]. In altre parole: “spirito e corpo non sono contrapposti al punto da escludersi reciprocamente; al contrario, sono in funzione reciproca”[18]. Ma è altrettanto vero che nel vocabolario biblico la carne, sarx, significa il mondo in cui regge il male[19]. Con ciò abbiamo a che fare in analizzato brano.

Paolo appellandosi alla sua autorità apostolica[20], nell’unità con la comunità, stabilisce che colui che conviene con la moglie di suo padre[21], venga consegnato a Satana[22] a rovina della carne[23] (sarx). L’azione compiuta da tal uno[24] è descritta come “immoralità”, in greco: porneia e lessico derivato da essa fa un altro campo semantico del nostro brano[25], oltre quello del corpo, della carne e dell’anima. Dobbiamo sottolineare che se non prendessimo in considerazione il concetto della porneia, la valenza teologico-antropologica di sarx, di soma e di pneuma nel capitolo quinto non esisterebbe[26]. Questo afferma anche di quanto abbiamo scritto sopra a proposito di sarx.

Dobbiamo domandarci cosa significa la rovina della carne[27]. La risposta, ovviamente, deve essere cercata nell’ambiente biblico-giudaico. Sappiamo che satana è colui che impedisce alla missione paolina[28] e colui che tenta i fedeli[29]. La carne stessa, invece, deve essere compresa nel contesto delle predicazioni paoline. “Per lui «carne» (sarx) degli uomini è il terreno in cui Satana (…) ha sparso il seme del peccato (cfr. Rm 7, 14-25), abbondantemente germinato all’interno dell’umanità. Paolo parla di «opere proprie della carne» che «sono manifestate: sono fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, magia, inimicizie, lite, gelosie, ire, ambizione, disordine, divisioni, invidie, ubriachezze, orge e opere simili a queste» (Gal 5, 19-21; cfr. Rm 13, 13-14)”[30]. Quindi menzionata dall’Apostolo la rovina della carne (sarx)[31] nel nostro contesto significa le sofferenze della persona, del peccatore[32].

Non è che questa situazione, dell’espellere dalla comunità, è lo scopo in sé stesso. Essa è modo di salvare il peccatore, se ne rende conto San Paolo, che – ricordiamolo –, non ragiona secondo categorie gnostiche o platoniche riferitosi alla redenzione dell’anima dalla materia[33] – è lui stesso che scrive che quest’uomo viene consegnato a Satana, affinché lo spirito possa esser salvato nel giorno del Signore[34]. “In tale contesto lo «spirito» che si salva indica la dimensione profonda del credente, il quale, nonostante la sua esclusione dalla comunità, rimane in relazione con il Signore”[35] e per questo la sua carne andrà in rovina o – detto in positivo – la sua passione egoistica verrebbe annientata: la sua persona (questo è il significato dello “spirito” in frammento analizzato) otterrebbe la salvezza eterna nel giorno del Signore (1 Cor 5, 5)[36]. D’altro canto scomunica ordinata da San Paolo ha come scopo anche quello di salvaguardare la comunità stessa che è stata lesa dal reo d’incesto[37], questo è spiegato in seguente frammento e cioè 1 Cor 5, 6-8 (l’immagine del lievito)[38], un frammento del probatio, ce ne occuperemo in seguito.

La figura usata da Paolo nel probatio del capitolo quinto non è nuova. È stata usata, infatti, da Gesù: Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti[39]. Con queste parole l’Apostolo delle Genti ricorda alla comunità che tollerata colpa di un singolo ha intaccato la santità di tutta la chiesa particolare[40]. Il lievito essendo un simbolo dell’impurità determina lo sviluppo dell’argomentazione. La analizziamo perché è assai interessante e chiarisce il motivo per cui la comunità corinzia non dovrebbe “vantarsi”[41].

In questo brano l’Apostolo interpreta la teologia del rituale della Pasqua alla luce della morte e risurrezione di Cristo[42]. Come sappiamo nel periodo pasquale tutto il levito per sette giorni deve esser eliminato dalle case dei giudei e si posso mangiare solo pani azzimi[43]. In presente caso l’immagine del lievito e della pasta sfrutta da un lato la polarità “poco” e “tutto”, e dall’altro canto il suo simbolismo negativo[44]. La celebrazione della festa pasquale non coincide più semplicemente con la liturgia degli ebrei, è identificata, invece, con l’esistenza dei cristiani[45] e per questo motivo San Paolo, trasponendo il modello liturgico in quello etico, invita i fedeli di Corinto a fare pulizia, cioè eliminare il vecchio lievito per diventare pasta nuova ed in questo caso una espressione biblica (fare festa) chiama a vivere nuovi rapporti nella comunità cristiana[46], chiama al nuovo essere in Cristo.

Considerando che “il lievito rappresenta la cattiveria e malvagità degli uomini, interamente dominati dai loro impulsi egoisti, mentre la pasta non lievitata rappresenta una vita in fedeltà e sincerità, com’è conforme al vangelo, verità di Dio”[47], possiamo capire meglio la conclusione (peroratio) che come intendimento ha esortare la comunità di salvaguardare la sua santità, ossia la salvezza. In altre parole Paolo è più preoccupato della comunità che del peccatore[48].

Al tema dell’immoralità il fondatore della chiesa corinzia torna nel capitolo sesto di cui ci occuperemo nella parte seguente del nostro elaborato.

Parte seconda

Sesto capitolo della Prima Epistola ai Corinzi

Questa seconda parte del discorso sarà dedicata all’analisi del concetto paolino del corpo nel capitolo sesto della Prima Lettera ai Corinzi.

Questo brano è un po’ più lungo rispetto al precedente. Infatti ha venti versetti. Possiamo dividerlo in due parti, la prima dal versetto primo all’undicesimo nella quale è possibile distinguere tre sottofrazioni: 6, 1-6 – niente cause giudiziarie davanti a tribunali gentili; 6, 7-8 – esortazione a rinunciare al diritto; e 6, 9-11 – esortazione a non commettere ingiustizia; la seconda parte del brano, invece, sarebbe quella dal versetto dodicesimo fino al ventesimo, alla quale si può aggiungere il titolo: libertà cristiana e impudicizia[49].

Come il motivo di scrivere quanto nella sezione precedente della lettera era l’immoralità di uno membro della chiesa a Corinto, così ora la permessa si trova nelle notizie riguardante un altro comportamento dei cristiani corinzi, ossia che alcuni credenti si rivolgono a tribunali gentili.

In questa sede non esamineremo tutta l’unità del capitolo sesto. Mettiamo in fuoco solo qualche spunto decisivo per lo scopo di questo lavoro, vogliamo dire: prescindiamo dalla prima parte per studiare frammento finale, cioè 1 Cor 6, 12-20 che “è di particolare rilievo teologico per la concezione paolina del corpo e della sessualità umana”[50]. Ecco il secondo motivo per cui San Paolo scrive ai Corinzi fra i quali ci sono quelli che pensando di possedere lo Spirito, si sentino al di sopra di ogni norma morale, addirittura possano praticare l’immoralità, perché essa non tocca lo spirito[51]

Prima di tutto San Paolo vuole sottolineare che il corpo è una creazione di Dio[52] e per questo motivo il corpo umano non può essere da una parte oggetto di idolatria e nemmeno, d’altra, oggetto di disprezzo perché esso appartiene al Signore[53], esso “è unito a Cristo in virtù del battesimo in quanto esso è stato inserito nel mistero della morte e risurrezione di Cristo; e porta quindi il germe della risurrezione”[54]. Poi il corpo umano fa parte del corpo di Cristo che è la Chiesa[55], è che il corpo è il tempio dello Spirito Santo[56] e per questo non è destinato alla distruzione ma alla risurrezione[57].

Allora, mentre in 1 Cor 5 San Paolo ha trattato di una situazione eccezionale, nell’analizzato frammento lui tratta della posizione fondamentale di Corinti, che hanno messo in discussione la relazione fra la libertà dei cristiani e i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, che al quel tempo erano molto diffusi e non considerati come un motivo di scandalo[58]. Questa posizione è chiara se prendiamo in considerazione la base filosofica che sta dietro. Dobbiamo ricordare che nell’ambiente greco l’uomo era visto come composizione di corpo e di anima, il corpo era visto come prigione dell’anima[59]. Questa posizione è totalmente estranea per il biblico modo di pensare. I Corinti invece di vedere lo spirito come la forza santificante, lo percepivano come la sostanza più sottile e per questo incorruttibile[60]. Basandosi sull’idea fraintesa della libertà (tutto mi è lecito) dicevano che l’uomo può tutto cioè ha l’illimitato potere di disporre delle cose materiali di questo mondo. Paolo insegna che “è vero che ai credenti in Cristo determinate cose o azioni sarebbero permesse; ma non è affatto vero che siano loro utili  dal punto di vista della salvezza eterna, la quale ha inizio già nella vita terrena”[61]

L’interlocutore di Paolo prova a fargli vedere che tanto il mangiare quanto il rapporto sessuale è sottoposto a delle leggi fisiche e per questo non ha niente a che fare con lo spirito e dunque non ha alcuna rilevanza etica[62]. L’Apostolo mostra, invece, che il corpo, soma, pur essendo composto da vari membri, come tutt’uno supera questi membri e ha un altro destino di come l’ha per esempio ventre, essente una delle parti del corpo[63]. L’autore della Lettera sottolinea quest’aspetto scrivendo sulla futura risurrezione del corpo, quando usa il pronome personale “noi” invece di dire soma, appunto[64].

Inoltre San Paolo si riferisce alla Sacra Scrittura per approfondire e confermare il suo insegnamento. Lo fa attraverso Gen 2, 24. Secondo l’Apostolo colui che si unisce con una prostituta forma un solo corpo con lei. Per non fraintendere questo frammento è assai importante vedere il gioco delle parole. Per esprimere l’unione con la prostituta l’Autore adopera la parola soma, ma egli si rende conto che nella Genesi è usata la parola sarx[65]. Questo sta per dire che nonostante l’unione intima, il peccatore non realizzi la volontà di Dio. D’altra parte, siccome il rapporto sessuale realizza la più intima forma di comunione personale fisica, “trattare la prostituta come una «cosa» acquistabile la priva della sua dignità di persona; con ciò il cristiano, membro di Cristo, offende non solo un suo simile, ma anche il Signore. (…). La comunione con Cristo e con la prostituta si escludono a vicenda, non perché Paolo consideri peccaminoso il rapporto sessuale come tale, ma perché il rapporto con la prostituta non tiene conto del matrimonio, iscritto nell’ordine divino della creazione, e insieme offende la dignità di persona della donna”[66]. In questo caso abbiamo a che fare con la nozione negativa del soma[67] perché tramite soma, appunto, l’uso della sessualità è contro il piano divino[68].

“Secondly, on another level Genesis 2, 24 in 6, 16 draws attention to the spiritual marriage of the believer with Christ, a union which Paul assumes calls for faithfulness and sexual purity. Paul in effects presents two mutually exclusive alternatives in 6, 16 – 17: cleaving to a prostitute and cleaving to the Lord”[69].

Conclusione

Dalla analisi emerge che “la corporeità ha un ruolo importante nell’antropologia paolina di 1 Cor come risulta dalla forte concentrazione del termine soma in questa lettera: 43 volte sulle complessive 91 dell’intero epistolario, di cui 8 nella sezione 6, 12 – 20 e 18 nel cap. 12 di 1 Cor. Per esprimere l’aspetto precario dell’essere umano normalmente Paolo fa ricorso al vocabolo sarx, «carne». Quando nell’ambito etico-religioso esso è contrapposto a pneuma, «spirito», ha una valenza negativa. Anche koilia, «ventre», rientra in questo campo semantico con una connotazione negativa. Se si esclude l’uso neutrale di Gal 1, 15, negli altri testi, compreso 1 Cor 6, 13, koilia ha questa connotazione, cfr. Rm 16, 18 e Fil 3, 19”[70] questa considerazione vale ancora di più se ci rendiamo conto che “nella pericope 6, 12 – 20 l’apostolo argomenta in termini cristologici (il corpo appartiene al Signore, vv.13 e 15), ecclesiologici (i corpi sono membra di Cristo, che svolgono il loro compito nella chiesa in quanto corpo di Cristo, v. 15), pneumatologici (il corpo è un tempio dello Spirito anto, v. 19) ed escatologici (Dio risusciterò i nostri corpi con la sua potenza, v. 14)”[71].

Vorrei dire, o meglio, vogliamo sottolineare che gli argomenti paolini che collegano il corpo tanto con la cristologia quanto con la ecclesiologia e poi lo collegano sia con pneumatologia che con la escatologia, ci fanno capire per eccellenza che il corpo umano non è un accidente, un prigione dell’animo, ma tutt’altro è la creatura divina che ha il destino ben preciso.

Anche “i cristiani, chiamati, mediante il vangelo, a vivere nella santità” hanno il destino ben preciso, infatti loro “non devono uscire dal mondo, ma distinguersi dalla sua mentalità e dalle sue scelte antitetiche alla logica evangelica”[72].

Bibliografia

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  2. Fabris R., Prima lettera ai Corinzi. Nuova versione, introduzione e commento, Paoline, Milano 1999.
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  1. Articoli (in lingua italiana):
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  • Leon-Dufour X. (ed.), Dizionario di teologia biblica, versione PDF a disposizione dell’autore di questo elaborato.
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  1. Walt L., Paolo e le parole di Gesù. Frammenti di un insegnamento orale, Morcellina, Brescia 2013.

[1] In questa sede non ci pare necessario trattare della Prima Lettera ai Corinzi in quanto una lettera ellenistica o meno. A tal proposito vedi: Raymond F. Collins, 1 Corinthians as a hellenistic letter, in: R. Bieringer (ed.), The Corinthian correspondence, Leuven University Press, Belgium 1996, 39-61.

[2] Friedrich Lang, Le lettere ai Corinti, Paideia Editrice, Brescia 2004, 11.

[3] Cfr. Franco Manzi (ed.), Prima Lettera ai Corinzi. Introduzione, traduzione e commento, Ed. San Paolo, Milano 2013, 85-89. Lo stesso schema propone nel suo commento Heinz-Dietrich Wendland. Tutto il brano ci fa vedere che l’immoralità di Corinzi si è concretizzata a tre livelli, illustrati in modo concentrico (A-B-A1, dove A è 5, 1-13; B – 6, 1-11 e A1 – 6, 12 – 20). Cfr. F. Manzi, op. cit., 84-85.

[4] Expresis verbis non divide il brano analizzato Rinaldo Fabris.

[5] Cfr. La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana – Unione Editori e Librai Cattolici Italiani, 2008.

[6] La traduzione alla parola secondo Nuovo Testamento interlineare (cfr. la bibliografia).

[7] Non è bello che voi vi vaniate. Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità.

[8] Cfr. Dt 13, 6; 17, 7; 19, 19; 22, 21.24; 24, 7.

[9] Una breve sintesi della discussione sul ruolo di 1 Cor 5, 13b è fatta da Brian S. Rosner, The function of scripture in 1 Cor 5, 13b and 6, 16, in: R. Bieringer (ed.), The Corinthian correspondence, Leuven University Press, Belgium 1996, 513-518.

[10] 1 Cor 5, 3-5.

[11] In testo greco cade parola “soma”.

[12] In testo greco cade parola “sarks”.

[13] In testo greco cade parola “pneuma”.

[14] F. Manzi, op. cit., 85. Ivi questo pensatore, infatti, sottolinea che la sua traduzione non è alla lettera. Cfr. Col 2, 5: infatti, anche se sono lontano con il corpo, sono però tra voi con lo spirito.

[15] San Paolo, infatti, nel versetto quarto scrive: Nel nome del Signore nostro Gesù, essendo radunati voi e il mio spirito insieme alla potenza del Signore nostro Gesù.

[16] “L’uso linguistico dell’Apostolo non è fisso; ciò che qui è chiamato «carne» (sarx) in altri passi è chiamato «corpo mortale» o «corpo di questa morte»”. Heinz-Dietrich Wendland, Le lettere ai Corinti, Paideia Editrice, Brescia 1976, 104. Infatti, basta vedere Rm 7, 24: Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?.

[17] Xavier Leon-Dufour (ed.), Dizionario di teologia biblica, 160.

[18] H.-D. Wendland, op. cit., 105.

[19] Cfr. X. Leon-Dufour (ed.), op. cit., 163.

[20] Cfr. H.-D. Wendland, op. cit., 88. Vale sottolineare che non abbiamo a che fare solo con la responsabilità personale dell’Apostolo. Lui ci si mostra come il custode della legge della Chiesa, cioè delle norme stabilite dall’assemblea di Gerusalemme, anche se non si riferisce direttamente al cosiddetto decreto apostolico. Cfr. Att 15, 20. Cfr. anche F. Lang, op. cit, 17. “Una prova ulteriore della natura spirituale dell’autorità di Paolo è il fatto che essa può essere esercitata a distanza. «Poiché, pur assente nel corpo, sono presente in spirito, ed essendo presente, ho già pronunciato il verdetto nel nome del Signore Gesù…» (1 Cor. 5, 5,3-4). «Presente in spirito» è un’espressione talmente familiare che potrebbe essere definita un modo di dire. Ma basta che guardiamo al contesto in cui essa è stata impiegata per la prima volta per vedere come Paolo si sia sentito autorizzato a proiettare la sua presenza oltre il mare Egeo fino a Efeso, che è la città in cui è stata composta la prima lettera ai Corinti”. John Ashton, La religione dell’apostolo Paolo, Paideia Editrice, Brescia 2002, 277.

[21] 1 Cor 5, 1. I biblisti son d’accordo che Paolo ci intende la matrigna e cioè la seconda moglie di padre. La relazione di quel tipo resta sempre una trasgressione della Legge; leggiamo – infatti – in Lv 18, 8: Non scoprirai la nudità di una moglie di tuo padre. La legge mosaica prescrive che entrambi debbano esser messi a morte. Cfr. Lv 20, 11. È giusto sottolineare che non solo la Legge ne proibisca, ma anche il diritto romano: item amitam et materteram uxorem ducere non licet. Item eam, quae mihi quondam socrus aut nurus aut privigna aut noverca fuit. Ideo autem diximus ‘quondam’, qula, si adhuc constant eae nuptiae, per quas talis adfinitas quaesita est, alia ratione mihi nupta esse non potest, quia neque eadem duobus nupta esse potest neque idem duas uxores habere. Cfr. H.-D. Wendland, op. cit., 87. Cfr. anche Hans Hübner, Teologia biblica del Nuovo Testamento, v. 2: La teologia di Paolo, Paideia Editrice, Brescia 1999, 162-163. La citazione latina presa da:

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:http://www.vroma.org/~bcassidy/g_1_56.html&gws_rd=cr&ei=jW75VNDlMuHOyQO2g4LIBw (6 III 2015).

Sottolineiamo che il matrimonio con la matrigna non era vietato dal diritto greco. Cfr. Fridrich Lang, Le lettere ai Corinti, Paideia Editrice, Brescia 2004, 98.

[22] Il peccatore già appartiene a satana, come mostra il suo grave peccato. Cfr. H.-D. Wendland, op. cit., 88.

[23] 1 Cor 5, 5.

[24] Paolo parla solo di colpa dell’uomo perché probabilmente la donna non era cristiana. “Greek and Roman history as well as romance refer to this offence against public morals; there were notorious pagan parallels to Reuben and Absalom, and even some contemporary scandals at Tarsus and elsewhere in the Hellenistic world. Such marriages, or illicit sexual connexions, were not only prohibited by Roman law, however, but reprobated by public opinion, although, if the man was a slave, his offence would not be heinous in the eyes of pagan society. Whether the man or the woman was primarily responsible at Corinth, we do not know. Paul singles out the man, either because by Oriental custom he was regarded as the chief offender or, perhaps, because the woman was not a Cristian”. James Moffatt, The first epistle of Paul to the Corinthians, Hodder and Stoughton Limited, London 1954, 55. Cfr. anche H.-D. Wendland, op. cit., 87. Si noti che in 1 Cor 7 San Paolo pone e uomo e donna su un piano di parità giuridica. Cfr. F. Lang, op. cit., 98.

[25] Il sostantivo porneia ricorre 2 volte, sempre all’inizio del capitolo. Tre volte (5, 9.10.11), invece, si incontra l’aggettivo pornos (immorale). Tuttavia il vocabolario derivante dalla porneia è usato anche nel capitolo sesto. “Il termine greco porneia per sé si riferisce alla pratica della prostituzione – porne è la «prostituta» – ma esso può designare qualsiasi comportamento disordinato in campo sessuale, comprese le unioni illegittime”. Rinaldo Fabris, Prima lettera ai Corinzi. Nuova versione, introduzione e commento, Paoline, Milano 1999, 77. Secondo Maria Pascuzzi 1 Cor 5, 1-13 fa la nuova e indipendente parte del discorso svolto nella lettera e questo è chiaro se prendiamo in considerazione due permesse. La prima è quella di nuova introduzione; la seconda riguarda, appunto, una certa novità del linguaggio usato. “A rhetorical unit corresponds to the pericope in Form Criticism or the literary unit in Literary Criticism. That 1 Cor 5, 1-13 forms an independent literary unit is clear both from the introduction of three new sets of vocabulary that mark the unit off from what precedes and follows and also by the repetition in v. 13 of the expulsion call announced in v. 2, which repetition forms an inclusio that brackets the discussion and defines the limits of the unit”. Quest’autore prosegue: “1) porneia, pornos. Porneia occurs 2x in 1 Cor 5, 1, and signals the new topic under discussion. It recurs at 6, 13 and 18 and only once more in this letter at 7, 2. Pornos, appears again in 5, 9.10.11 and only once more in the Pauline corpus at 6, 9, heading the vice list”. Id, Ethics, Ecclesiology and Church discipline. A Rethorical Analysis of 1 Corinthians 5, Editrice Pontificia Università Gregoriana, Roma 1997, 87.

[26] Cfr. R. Fabris, op. cit., 76.

[27] 1 Cor 5, 5.

[28] Perciò io, Paolo, più di una volta ho desiderato venire da voi, ma Satana ce lo ha impedito. 1 Tess 2, 18.

[29] Poi tornate insieme, perché Satana non vi tenti mediante la vostra incontinenza. 1 Cor 7, 5b.

[30] F. Manzi, op. cit., 87.

[31] Varie possibilità di capire la sarx vedi M. Pascuzzi, op. cit., 115s.

[32] Cfr. R. Fabris, op. cit., 79. “Indubbiamente si sa distinguere ciò che nella sofferenza può avere una spiegazione. Le ferite possono essere prodotte da agenti naturali (Gen 34, 25; Gs 5, 8; 2 Sam 4, 4), le infermità della vecchiaia sono normali (Gen 27, 1; 48, 10). Nell’universo ci sono potenze malvagie, ostili all’uomo, quelle della maledizione e di Satana. Il peccato porta la sventura (Pr 13, 8; Is 3, 11; Sir 7, 1) e si tende a ricercare una colpa all’origine di ogni sventura (Gen 12, 17s; 42, 21; Gs 7, 6-13): è la convinzione degli amici di Giobbe. All’origine del male che pesa sul mondo bisogna porre il primo peccato (Gen 3,14-19)”. X. Leon-Dufour (ed.), op. cit., 1109. Le interpretazioni di quest’espressione ce ne sono tante, per esempio: luogo del peccato, luogo dell’ira divina, l’esclusione dalla comunità. A tal proposito scrive M. Pascuzzi: “The realm of Satan has been taken to mean the place where sin reigns or the realm of the orgè theou or simply outside of the spiritual shelter and loving context of the community”. Id, op. cit., 115.

[33] H.-D. Wendland, op. cit., 89.

[34] 1 Cor 5, 5. Cfr. R. Fabris, op. cit., 80. Alcuni, infatti, avendola rinnegata, hanno fatto naufragio nella fede; tra questi Imeneo e Alessandro, che ho consegnato a Satana, perché imparino a bestemmiare. 1 Tim 1, 19b-20.

[35] R. Fabris, op. cit., 81.

[36] F. Manzi, op. cit., 87.

[37] Cfr. H. Hübner, op. cit., 165. Vedi anche 2 Tess 3, 6.

[38] Cfr. H.-D. Wendland, op. cit., 90.

[39] Mt 13, 33.

[40] Cfr. F. Lang, op. cit., 101. Si noti che questo detto è usato anche in Galati; vedi Gal 5, 9.

[41] “Il sostantivo kauchema ricorre 10 volte nell’epistolario paolino sulle 1 complessive del NT, di cui sei nelle lettere ai Corinzi; kauchesis si trova parimenti 10 volte nelle lettere di Paolo sulle 11 del NT, con una netta prevalenza nella seconda Lettera ai Corinzi”. R. Fabris, op. cit., 79. San Paolo poteva implicitamente riferirsi al Vecchio Testamento: “se in Israele un singolo individuo si macchiava di una colpa grave, tutto Israele ne era caricato. La colpa del singolo ha conseguenze sovraindividuali. L’individuo non è soltanto «individuo»! Il peccato del singolo membro ha effetto contaminante per la comunità intera. (…) Un esempio particolarmente efficace è quello del furto compiuto da Acan, Giosuè 7. Jahvé incolpa l’ignaro Israele della colpa commessa da Acan. Per il suo peccato moriranno trentasei persone, «soggettivamente» innocenti ma «oggettivamente» colpevoli, v. 5”. H. Hübner, op. cit., 163.

[42] F. Manzi, op. cit., 88. Si può paragonare questo brano (1 Cor, 5, 6b – 7) alla parabola del lievito trasmessa in Lc 13, 20 – 21, dove Gesù paragona il regno, appunto, al «lievito». Paolo, però, sia qui che in Gal 5, 9 si avvale di un’immagine proverbiale, conservandone il significativo negativo, mentre nella parabola detta da Gesù il levito è una forza positiva, infatti, esso fa crescere il regno. Cfr. Luigi Walt, Paolo e le parole di Gesù. Frammenti di un insegnamento orale, Morcellina, Brescia 2013, 229.

[43] Per sette giorni voi mangerete azzimi. Già dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal giorno primo al giorno settimo, quella persona sarà eliminata da Israele. Es 12, 15. Cfr. anche Es 12, 19 ed Es 13, 7.

[44] Cfr. R. Fabris, op. cit., 79.

[45] Cfr. F. Manzi, op. cit., 89.

[46] Cfr. R. Fabris, op. cit., 80.

[47] F. Lang, op. cit., 102.

[48] Cfr. M. Pascuzzi, op. cit., 101.

[49] Seguiamo: F. Lang, op. cit., 104-110.

[50] F. Lang, op. cit., 114.

[51] Cfr. H.-D. Wendland, op. cit., 100.

[52] Cfr. Giuseppe Baldanza, L’uso della metafora sponsale in 1 Cor 6, 12-20. Riflessi sull’ecclesiologia, Rivista biblica 3(1998), 321.

[53] 1 Cor 6, 13.15.  “Il ragionamento paolino è volto ad affermare primariamente che i corpi dei cristiani sono membra di Cristo (v. 15), quindi sono uniti intimamente a Lui; ne consegue che non si possono prendere le membra di Cristo per farne le membra di una prostituta”. G. Baldanza, art. cit., 323.

[54] G. Baldanza, art. cit., 323.

[55] 1 Cor 6, 15. “Si noti che detta equivalenza, corpi dei cristiani-membra di Cristo, si trova soltanto qui nel Nuovo Testamento”. G. Baldanza, art. cit., 324.

[56] 1 Cor 6, 19.

[57] 1 Cor 6, 14.

[58] Cfr. F. Lang, op. cit., 110.

[59] “Certamente la prima preoccupazione di Paolo riguarda il culto delle persone esistente nella comunità, dovuto a una ipertrofia della sapienza umana” che è diventata “la  misura della vita della comunità, perdendo di vista il primato della croce di Cristo”. G. Baldanza, art. cit., 318.

[60] Cfr. F. Lang, op. cit., 111.

[61] F. Manzi, op. cit., 96.

[62] Cfr. R. Fabris, op. cit., 85. “La nostra pericope riprende il tema della porneia, ma sotto una nuova luce. Paolo si rivolge a quei cristiani che arrivavano a legittimare la prostituzione sulla base di un permissivismo e di una libertà falsi nel comportamento morale e di una equiparazione tra il mangiare e l’uso della sessualità”. G. Baldanza, art. cit., 320., Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come ad esseri spirituali, ma carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non cibo solido perché non ne eravate ancora capaci. E neanche ora siete, perché siete ancora carnali. Dal momento che vi sono tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in amniera umana? 1 Cor 3, 1-3. Considerate infatti la vostra vocazione, fratelli: dal punto di vista umano, non ci sono fra voi molti sapienti, né molti potenti, né molti nobili. 1 Cor 1, 26. Da questi cenni possiamo trarre che alcuni corinzi si pensavano uomini spirituali, sapienti e perfetti. Cfr. F. Manzi, op. cit., 95.

[63] Cfr. H. Hübner, op. cit., 168.

[64] Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. 1 Cor 6, 14. “L’apostolo fonda la certezza di una corporeità nuova nella forma compiuta della signoria di Dio, non su concezioni greche dell’immortalità ma sulla risurrezione di Gesù Cristo dai morti (cf. cap. 15). Che si dica «noi» (v. 14) anziché «i nostri corpi» considera la mortalità del corpo naturale, ma salva anche l’identità della persona. Nel versetto successivo (v. 15) risulta chiaro che Paolo fonda la sua critica alla concezione entusiastica dello Spirito propria dei corinti sul concetto del corpo di Cristo (12, 12.27)”. F. Lang, op. cit., 112. Cfr. R. Fabris, op. cit., 86.

[65] Non sapete che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo (qui: soma) solo? I due, è detto, diventeranno una sola carne (qui: sarx). 1 Cor 6, 16. Cit. Gen 2, 24. È sarx lì. Nella Bibbia ebraica è usata la parola basar. “Nel linguaggio paolino, sarx equivale a basar. Non indica quindi una parte della persona umana, ma tutta la persona considerata dal punto di vista della sua realtà visibile o più spesso nella sua fragilità/mortalità”. Carlo Rocchetta, Per una teologia della corporeità, Ed. Camilliane, Torino 1990, 34.

[66] F. Lang, op. cit., 113. Vale a sottolineare che l’argomentazione dell’Apostolo è pure collocata, come sempre, nell’alveo della tradizione biblica, dove la prostituzione è una metafora dell’apostasia religioso oppure dell’infedeltà del popolo dell’Israele al rapporto con l’unico Signore. Cfr. R. Fabris, op. cit., 87.

[67] Questa considerazione è assai importante, visto che questo vocabolo “assume in genere un’accezione più positiva, specie in riferimento ai battezzati invitati ad «offrire i loro corpi a Dio» (Rm 12, 1), con la consapevolezza che «il corpo… è per il Signore e il Signore è per il corpo» (1 Cor 6, 13) (…). Soma non corrisponde al corpo in senso greco, ma alla basar ebraica e quindi a tutto l’uomo nella sua struttura interna e nella sua forma visibile; l’uomo totale, in quanto redento da Cristo e vivente del suo Spirito, in attesa della risurrezione escatologica”. C. Rocchetta, op. cit., 35.

[68] G. Baldanza, art. cit., 324-325.

[69] B. S. Rosner, art. cit., 516-517.

[70] R. Fabris, op. cit., 86.

[71] F. Lang, op. cit., 115.  “The Corinthian Christians need to be reminded that the body is a temple of the Holy Spirit (6, 19), destined for resurrection (6, 14), and thus to be treated with respect. In 6, 20, and again in another context in 7, 23, Paul recalls to them the price that Christ has paid to obtain salvation for them. It may be they lack of respect for the body which makes belief in resurrection of the body problematic”. Veronica Koperski, Resurrection terminology in Paul, in: R. Bieringer (ed.), Resurrection in the New Testament, Leuven University Press, Belgium 2002, 271.

[72] R. Fabris, op. cit., 89.