Cosa è la Comunità Parrocchiale?

Santo Giovanni Paolo II chiama la comunità ecclesiale come: «Chiesa… che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie» (Christifideles laici, 26), per sua naturale vocazione, «fonde insieme tutte le differenze umane che vi si trovano e le inserisce nell’universalità della Chiesa» (Apostolicam actuositatem, 10)Jacques Loew raccontata da Padre Chiodaroli con altre parole espime la stessa idea della comunità:  “Per poter riflettere su che cos’è la comunità prendiamo l’immagine di un grande albero pieno di frutti.

L’unità in questa immagine è data dall’albero stesso, ma sull’albero i frutti non hanno alcuna relazione fra loro: ciascuno per sé, il sole per tutti. Non è questa l’immagine giusta della vera comunità!

Prendiamo allora i singoli frutti, li cogliamo uno ad uno e li mettiamo in un unico canestro: è la comunità-contenitore, comunità-scompartimento del treno, stiamo insieme perché viaggiamo sullo stesso scompartimento, siamo nella stessa casa, ma siamo dei perfetti estranei.
Neanche questa è l’immagine della vera comunità!

Proviamo allora a immaginare di prendere i nostri frutti, sbucciarli e metterli nel frullatore per farne un beverone. Stesso sapore, stesso colore, stessa consistenza tutti uguali. Annullate le differenze.
Non è nemmeno questa la vera comunità!

L’immagine che più rispecchia la vera comunità è questa: La macedonia.

Per arrivare ad avere la macedonia devo necessariamente compiere alcuni passaggi non sempre indolori per ogni singolo frutto:

– Prendo la frutta, e come prima cosa la lavo, oppure tolgo la buccia che la rende dura.
– Poi la taglio a cubetti e mescolo tutto.

– Infine, aggiungendo lo zucchero faccio la macedonia.

Nella macedonia posso ancora gustare ogni singolo pezzo da solo se voglio, oppure posso mangiare i pezzettini di più frutti insieme con un cucchiaino.

Ognuno mantiene il suo gusto. Ognuno ha perso la sua durezza perché viene tolta la buccia, si viene spezzati (vuol dire morire, morire a se stessi).
Unendoci però prendiamo più gusto!
E’ questa la comunità – macedonia.

Ti metti in comune, ti giochi. Per perdere la durezza bisogna essere fatti a fettine.

E… nella comunità-macedonia, quali sono i frutti che vengono spezzati di meno?

Sono i più piccoli: il ribes, i frutti di bosco. Nella macedonia più sei piccolo e meno ti devi spezzare, più sei grande più devi essere fatto a fette per essere gustato.

E’ questa anche l’immagine più appropriata della vita della comunità cristiana, della parrocchia. Non è pensare tutti nella stessa maniera, bensì vivere la propria identità, la propria originalità, la propria diversità ma in vista di un bene più grande, di un bene comune.

Nella comunità-macedonia dall’unione di diversi tipi di frutta viene fuori un sapore straordinario e buono; siamo frutti differenti, ma unendoci, prendiamo più gusto e ci arricchiamo a vicenda. Come la macedonia, nello stare insieme e nel rispetto delle diversità, creiamo l’unità.

Solo allora Gesù potrà aggiungere lo zucchero dello Spirito Santo e trasformarci in cibo prelibato!”.

Quali sono i compiti che formano una comunità dei credenti?

Il primo e fondamentale è annunciare il Vangelo a credenti e non credenti che è l’essenza della missione della Chiesa. Solo attingendo alla fonte della fede l’annuncio può evitare di essere ridotta a semplice azione di presentazione di Cristo nella storia e cosi non potrà essere confusa con una qualsiasi azione di agenzia culturale. Di qui si attinge la specificità dell’evangelizzazione, del suo fondamento cristologico – e quindi della sua connessione con la croce e la risurrezione di Cristo –, rispetto al semplice esercizio della pubblicità umana, diffuso in molteplici umanesimi.
Il secondo momento fondamentale della crescita e costruzione della comunità cristiana è la carità.

Nell’ancoraggio al Vangelo e al suo annuncio sta la possibilità di non scambiare la comunione dei credenti in una organizzazione di promozione sociale e il servizio caritativo in una filantropia che non sa leggere il mistero del male e non sa annunciare il dono della redenzione, come pure non sa prospettare una speranza oltre la morte. L’ apostolo Paolo fa derivare proprio dalla carità il discernimento che ogni mutamento esige. In ragione di ciò, organismi come la Caritas, lasciandosi costantemente permeare dalla radice teologale della carità e rinnovandosi nel costante confronto con essa, sanno dare corpo con rapidità ed efficacia a forme di incontro che uniscono il Vangelo della carità con la carità del Vangelo. Qui si apre uno spazio di particolare contributo che la Caritas può offrire alla caratterizzazione in senso missionario della parrocchia. Si tratta ovviamente di tener sempre presente la prospettiva globale della carità, superando da una parte la  centalità laicista, che la vorrebbe adatta alla patologia ma non alla fisiologia della
vita sociale, e dall’altra quelle involuzioni pastorali che riducono la carità alla solidarietà e non ne percepiscono i fondamenti teologali.

(30° Convegno nazionale delle Caritas diocesane, LA RIFLESSIONE DELLA CHIESA ITALIANA SULLA PARROCCHIA Intervento di S. Em.za Card. Camillo Ruini).

Ed è proprio in questa fisiologia e in questa connotazione teologale che si
colloca l’annuncio e una sfida che va raccolta nel quotidiano, alla luce di quello che è ormai un dato di fatto: il mondo della fede non ha più i caratteri unitari di un tempo. Mi riferisco alle “fluide” vicende spirituali dei nostri giorni, molte delle quali inedite nel passato:

– famiglie che, nell’arco di una generazione, si sono staccate nettamente da un credo che è divenuto per loro interamente da scoprire di nuovo;

– battezzati che vivono distanti dalla Chiesa o la cui fede si è fermata a uno stadio iniziale, pur non essendo mai stata del tutto rimossa.

Tutto ciò sollecita nella parrocchia un intervento a tutto campo, per un’iniziazione cristiana che punti al coinvolgimento dell’intero nucleo familiare, in particolare degli adulti. Se mancano i genitori davanti al Signore, significa che mancano i genitori. Mi preoccupa iniziativa dei genitori che vorrebbero la parrocchia con funzione dell’animazione dei ragazzi cosi per togliere la responsabilità d’essere i primi educatori della fede.

Un altro aspetto simile è la mancanza dei dopo cresima dalle celebrazioni e dalla vita parrocchiale. Ma è solo mancanza dei ragazzi? Quali genitori sono rimasti dopo il sacramento della confermazione? I ragazzi non per caso hanno confermato le idee dei loro genitori?

E proprio per questo in parrocchia sono indispensabili adulti, e in primo luogo famiglie, capaci di essere parte attiva e preponderante nell’educazione cristiana dei figli. L’attenzione alla famiglia significa in questo senso anche creare occasioni di dialogo, di appartenenza,
d’inclusione, andando «là dove è l’uomo» (La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, 12). Significa essere in grado di elaborare progetti capaci di raggiungere i singoli e di impegnarsi  a costruire una comunità che vuol essere “famiglia di famiglie” – nell’attivare spazi di partecipazione, consultori, volontariato, come pure momenti di preghiera che coinvolgano l’intero nucleo composto da genitori e figli.

Cerchiamo tutti grazia del Signore l’intercessione della Madonna della Consolazione di aiutarci a riscoprire di nuovo la bellezza della nostra comunità e vita insieme con il Signore.